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La nuova mappa dell’economia globale: frammentazione, resilienza e opportunità

L’economia internazionale sta attraversando una fase di profonda riconfigurazione. Dopo la crisi pandemica, la guerra in Ucraina e il rialzo deciso dei tassi d’interesse nelle principali economie, i flussi commerciali, gli investimenti e le catene del valore si stanno ridefinendo. In questo articolo analizzo i principali trend che stanno rimodellando la geografia economica globale, con dati ed esempi concreti, e le implicazioni per imprese e governi nei prossimi anni.

Contesto: la transizione da globalizzazione a “regionalizzazione”

Negli ultimi cinque anni si è accentuato un passaggio dalla globalizzazione integrata a forme più regionali e resilienti di integrazione economica. Le interruzioni delle supply chain durante la pandemia e le tensioni geopolitiche hanno spinto imprese e stati a ridurre la dipendenza da fornitori lontani e a privilegiare approvvigionamenti più vicini o diversificati. Allo stesso tempo, la combinazione di inflazione elevata e politiche monetarie restrittive ha reso più costoso il capitale, modificando i piani di investimento internazionale.

Analisi: trend, dati ed esempi

1) Regionalizzazione dei flussi commerciali. Si osserva una crescente concentrazione degli scambi a livello regionale. Aziende tecnologiche e manifatturiere stanno spostando parte della produzione verso Paesi più vicini ai mercati finali (nearshoring) o introducendo multisourcing per ridurre i rischi. Esempi pratici: produttori di elettronica hanno ampliato stabilimenti in Vietnam e India oltre alla Cina; l’Unione Europea ha rafforzato programmi per attrarre catene produttive strategiche in territorio europeo.

2) Politiche industriali attive. Gli incentivi pubblici per la produzione domestica o regionale sono diventati centrali. Leggi come i grandi piani per semiconduttori e l’energia pulita in vari Paesi hanno convinto investitori a localizzare impianti strategici più vicino ai mercati consumatori. Il risultato è un aumento degli investimenti diretti esteri regolati da considerazioni strategiche oltre che economiche.

3) Costi del capitale e rischio debito. Il ciclo di irrigidimento monetario ha reso più oneroso finanziare grandi progetti infrastrutturali, soprattutto nei paesi emergenti. Alcuni governi hanno visto aumentare il costo del servizio del debito, mentre imprese indebitate hanno rimandato piani di espansione. Questo limita, nel breve termine, la velocità di riequilibrio delle catene globali.

4) Transizione energetica e nuove catene del valore. La decarbonizzazione sta creando nuove opportunità di investimento in settori come le rinnovabili, l’accumulo di energia e l’idrogeno verde. Le nuove catene del valore legate alla transizione richiedono materie prime specifiche e tecnologie avanzate, generando una nuova dipendenza strategica che sta orientando la geopolitica delle risorse.

5) Digitalizzazione e sicurezza tecnologica. La competizione su tecnologie avanzate (IA, semiconduttori, 5G/6G) porta a politiche di “decoupling” parziale: alcuni Paesi privilegiano ecosistemi tecnologici nazionali o alleanze ristrette con partner considerati affidabili. Questo influisce su standard, interoperabilità e flussi di dati transfrontalieri.

Implicazioni e scenari futuri

Il quadro attuale può evolvere in diversi modi, ma tre implicazioni sono già emergenti e richiedono attenzione.

– Resilienza come criterio competitivo: imprese e governi che investiranno in diversificazione dei fornitori, scorte strategiche e digitalizzazione delle catene di approvvigionamento avranno vantaggi competitivi e minori esposizioni a shock esterni.

– Nuove fonti di vulnerabilità: la regionalizzazione riduce alcune dipendenze ma può aumentare concentramenti regionali di rischio, rendendo essenziali politiche di cooperazione multilaterale per garantire regole del gioco stabili e accesso alle materie prime critiche.

– Opportunità per i paesi “ponte”: nazioni con capacità manifatturiere, forza lavoro qualificata e stabilità politica possono attrarre investimenti di riconfigurazione delle catene del valore. Per l’Italia e per molti paesi europei, la sfida sarà valorizzare settori ad alto valore aggiunto e rafforzare infrastrutture logistiche e digitali.

Infine, la capacità di governare la transizione verso un’economia più verde e digitale sarà determinante. Politiche pubbliche chiare, incentivi mirati e formazione del capitale umano possono trasformare i rischi della frammentazione in opportunità di crescita sostenibile. Per imprese e investitori il consiglio pratico è chiaro: pianificare per la resilienza, diversificare i partner commerciali e integrare la sostenibilità strategica nelle decisioni di lungo periodo.

La nuova mappa dell’economia globale non è solo un problema di rischio, ma un’occasione per ripensare catene del valore, innovazione e cooperazione internazionale. Chi saprà adattarsi più rapidamente troverà nuove finestre di opportunità in un mondo meno prevedibile ma ricco di nuove rotte di crescita.

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Il divario Nord-Sud dopo la pandemia: segnali di ripresa e sfide aperte

Negli ultimi anni il dibattito sul divario economico tra Nord e Sud Italia ha ripreso vigore, alimentato dalle conseguenze della pandemia, dagli interventi del PNRR e dalle dinamiche demografiche in atto. Mentre alcune aree del Mezzogiorno mostrano segni di vivacità economica e attrattività per investimenti pubblici e privati, persistono ritardi strutturali su occupazione, produttività e infrastrutture che rischiano di compromettere una ripresa omogenea. Questo articolo analizza i principali indicatori recenti, offre esempi concreti e individua implicazioni e scenari per il prossimo quinquennio.

Introduzione: contesto e spinte alla trasformazione

La crisi sanitaria del 2020 ha accentuato fragilità già presenti: la contrazione della domanda interna, la perdita di posti di lavoro nei settori più colpiti (turismo, ristorazione, commercio) e le difficoltà delle piccole imprese con scarsa patrimonializzazione. Contemporaneamente, i fondi europei e nazionali hanno aperto opportunità senza precedenti per modernizzare infrastrutture digitali e green, ma la capacità di assorbimento e attuazione dei progetti varia significativamente tra regioni. Il contesto demografico — con invecchiamento e spopolamento di molte aree interne — complica poi la formazione di un mercato del lavoro dinamico e di massa critica imprenditoriale.

Analisi con dati ed esempi

Indicatori labor market: il tasso di occupazione nel Sud rimane inferiore alla media nazionale, con un divario particolarmente marcato tra giovani e donne. La disoccupazione giovanile in molte province meridionali è ancora multipla rispetto a quella del Nord, e il lavoro precario resta una componente significativa dell’offerta occupazionale. Questi squilibri influiscono sulla domanda interna e sul potenziale di crescita locale.

Produttività e settori: la produttività per addetto nel Mezzogiorno è mediamente inferiore a quella del Centro-Nord. Tuttavia emergono cluster di eccellenza: distretti agroalimentari, industrie creative e alcune realtà di manifattura specializzata stanno investendo in tecnologie 4.0, migliorando qualità e marginalità. Esempi virtuosi includono imprese che hanno adottato sistemi digitali per la filiera, ottenendo export crescenti e ordinativi più stabili.

Investimenti e PNRR: i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza hanno destinato risorse rilevanti per infrastrutture, transizione ecologica e digitalizzazione. In diverse città del Sud sono partiti progetti per il miglioramento della mobilità urbana, la riqualificazione di aree industriali dismesse e la diffusione della banda ultra-larga. Tuttavia la variabilità nella capacità amministrativa e nella progettazione rallenta l’effettiva realizzazione e il disboscamento dei benefici a valle.

Capitale umano e formazione: la fuga di capitale umano rimane una sfida cruciale. Molti giovani meridionali si trasferiscono al Nord o all’estero in cerca di opportunità. In risposta, alcune università e incubatori locali hanno rafforzato programmi di trasferimento tecnologico e percorsi imprenditoriali, con esiti positivi nella creazione di start-up locali legate all’innovazione sociale e alle tecnologie ambientali.

Implicazioni future

Per il prossimo quinquennio le politiche di coesione dovranno combinare risorse con efficaci capacità di governance territoriale. Tre linee strategiche emergono come prioritarie:

1) Rafforzare la capacità amministrativa: semplificazione delle procedure, supporto tecnico agli enti locali e formazione di professionalità nella gestione dei progetti pubblici accelererebbero l’assorbimento dei fondi. Senza questa attenzione, il rischio è che ingenti risorse restino inespresse o mal allocate.

2) Puntare su digitalizzazione e transizione verde come leve di competitività: investimenti mirati in connettività, formazione digitale e infrastrutture energetiche possono creare condizioni per un rilancio produttivo sostenibile e attrarre investimenti privati a catena.

3) Incentivare reti territoriali e filiere locali: promuovere aggregazioni tra PMI, università e centri di ricerca per incrementare produttività, favorire percorsi di internazionalizzazione e valorizzare i punti di forza locali — come qualità agroalimentare, turismo culturale e manifattura specializzata — può trasformare il divario in un’opportunità industriale differenziata.

In conclusione, il Mezzogiorno mostra segnali di ripresa non omogenei ma concreti. Il successo dipenderà dalla capacità di tradurre risorse in progetti efficaci, di trattenere e valorizzare capitale umano e di costruire politiche a lungo termine che combinino infrastrutture materiali e immateriali. Senza interventi mirati, il rischio è che la ripresa resti frammentata; con politiche lungimiranti, invece, il divario può essere ridotto, trasformando le debolezze storiche in leve per uno sviluppo più equo e duraturo.

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NeoAgri: la startup che ha digitalizzato la filiera agroalimentare italiana

La filiera agroalimentare italiana è un mosaico di eccellenze locali e fragilità strutturali: frammentazione produttiva, scarsa digitalizzazione e margini di guadagno compressi per i produttori. In questo contesto, alcune startup stanno sperimentando soluzioni che combinano tecnologie IoT, piattaforme di dati e mercati digitali per ricucire la filiera. Il caso di NeoAgri — una giovane impresa nata in Emilia-Romagna — offre uno spaccato concreto delle opportunità e delle difficoltà legate alla trasformazione digitale del settore.

NeoAgri è partita nel 2021 come progetto pilota per la tracciabilità e l’ottimizzazione della logistica di filiere corte. La proposta tecnica è semplice ma efficace: sensori IoT in campo e in magazzino, una dashboard per i produttori che aggrega dati su umidità, resa e tempi di raccolta, e una blockchain leggera per garantire la provenienza dei lotti venduti attraverso un marketplace B2B. In due anni l’azienda ha coinvolto circa 120 aziende agricole in Emilia-Romagna e ha stretto partnership con due cooperative di medie dimensioni.

I numeri del pilot sono interessanti se letti con attenzione. Secondo i report interni della startup, le aziende coinvolte hanno registrato in media un aumento del prezzo medio di vendita del 12–18% grazie alla certificazione di tracciabilità e a una migliore segmentazione del prodotto verso canali Ho.Re.Ca e negozi specializzati. Inoltre, la riduzione degli sprechi post-raccolta — dovuta a una gestione più puntuale dei tempi di essiccazione e stoccaggio — è stata stimata intorno al 20% sui prodotti gestiti attraverso la piattaforma. Questi risultati hanno reso possibile per NeoAgri chiudere un seed round da 2,5 milioni di euro, con investitori locali e un paio di fondi early-stage interessati al connubio tech–agro.

Dal punto di vista operativo, il modello di business adottato da NeoAgri combina abbonamenti SaaS per l’uso della piattaforma, una fee sulle transazioni del marketplace e servizi di consulenza per l’implementazione dei sensori e la formazione delle aziende agricole. L’unit economics mostrano margini in miglioramento: il costo di acquisizione cliente (CAC) si è ridotto dopo la stipula delle partnership cooperative, mentre il valore medio del cliente (LTV) cresce con l’adozione di servizi aggiuntivi come la previsione delle rese e la gestione del magazzino.

Non mancano però le sfide. La scala è il principale nodo: replicare il modello oltre i confini regionali richiede interoperabilità con sistemi di tracciabilità preesistenti, una rete di logistica consolidata e adeguate competenze agronomiche per adattare gli algoritmi alle diverse colture. A livello normativo, NeoAgri ha dovuto confrontarsi con regolamenti regionali e requisiti sanitari stringenti, che impongono tempi e costi di adeguamento non banali. Anche la formazione degli agricoltori resta una barriera: l’adozione tecnologica è più rapida nelle aziende con un ricambio generazionale o orientate all’export, mentre rimane lenta nelle realtà più piccole o tradizionali.

Il caso di NeoAgri suggerisce alcune lezioni utili per operatori, investitori e policy maker. Primo, le soluzioni verticali che rispondono a problemi pratici (riduzione degli sprechi, accesso a mercati premium, tracciabilità) hanno una capacità di penetrazione superiore rispetto a piattaforme generaliste. Secondo, le partnership con cooperative e consorzi possono abbassare il CAC e accelerare la diffusione, fungendo da leva di credibilità locale. Terzo, il modello “hardware + software + servizio” richiede un equilibrio finanziario attento: i capitali iniziali devono coprire sia sviluppo tecnologico sia supporto operativo sul campo.

Guardando al futuro, l’esperienza di NeoAgri indica che la digitalizzazione della filiera agroalimentare italiana può diventare un fattore di competitività internazionale se vengono superate due condizioni: infrastrutture digitali diffuse (connettività e standard di dati) e strumenti di policy che incentivino la trasparenza e i mercati di qualità. Per gli investitori, il settore offre opportunità interessanti nel segmento agritech, soprattutto laddove la tecnologia è abbinata a solide reti distributive. Per i produttori, l’adozione può tradursi in prezzi migliori e minori rischi legati alla volatilità dei mercati.

NeoAgri è ancora una startup in crescita, ma il suo percorso mette in luce una traiettoria replicabile: soluzioni tecnologiche pratiche, validate sul campo, possono tradursi in valore per tutta la filiera. La sfida ora è scalare senza perdere il contatto con le specificità territoriali che, in Italia, restano l’elemento distintivo e il vero patrimonio da valorizzare.

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Produttività e crescita: come le PMI italiane possono sbloccare il futuro economico del Paese

L’Italia continua a confrontarsi con una sfida strutturale: una crescita economica moderata accompagnata da livelli di produttività inferiori rispetto ai principali partner europei. In questo contesto le piccole e medie imprese (PMI), che rappresentano l’ossatura del sistema produttivo nazionale, assumono un ruolo decisivo. Capire come queste realtà possano innalzare produttività e valore aggiunto è cruciale per ridare slancio all’economia italiana.

Negli ultimi anni si è assistito a segnali contrastanti. Dopo la ripresa post-pandemica molti settori hanno mostrato resilienza, ma il gap di produttività rispetto a Germania e Francia rimane evidente. Le ragioni sono note: dimensione d’impresa ridotta, scarsa adozione diffusa di tecnologie digitali avanzate, investimenti in capitale umano insufficienti e una struttura finanziaria che, per alcune imprese, limita l’accesso a risorse per la crescita. Parallelamente, l’aumento dei costi energetici e l’incertezza macroeconomica hanno messo sotto pressione margini e investimenti.

Analisi con dati ed esempi

I dati più recenti disponibili mostrano che le PMI italiane contribuiscono in modo preponderante all’occupazione e al valore aggiunto: la percentuale di imprese sotto i 50 dipendenti è elevata rispetto al resto d’Europa, e molti comparti strategici—meccanica, moda, agroalimentare—continuano a puntare sull’export per crescere. Tuttavia, la produttività per ora lavorata resta inferiore mediamente di una quota significativa rispetto ai livelli dei paesi più avanzati dell’area euro.

Un elemento chiave è la digitalizzazione. Se alcune imprese eccellono nell’adozione di soluzioni Industry 4.0—robotica collaborativa, sensori IoT per il monitoraggio della produzione, piattaforme di analytics—molte altre rimangono ferme a processi analogici. Questo divario digitale si traduce in differenti livelli di efficienza operativa, tempi di reazione sul mercato e capacità di personalizzazione dell’offerta. Esempi virtuosi a livello territoriale includono distretti che hanno saputo aggregare domanda e offerta di servizi digitali condivisi: laboratori di digital innovation che offrono competenze e strumenti a più PMI, riducendo costi di ingresso e accelerando l’adozione tecnologica.

Altro tasto dolente è il capitale umano. La carenza di figure qualificate nei settori tecnologici e manageriali penalizza la capacità di implementare cambiamenti organizzativi complessi. Diversi programmi formativi finanziati a livello nazionale e regionale, spesso rafforzati dai fondi europei del PNRR, hanno l’obiettivo di colmare questo gap, ma la sfida resta nell’allineare offerta formativa e bisogni reali delle imprese.

Sul fronte finanziario, la dimensione limitata porta spesso le PMI a preferire forme di finanziamento tradizionali e a rinunciare a operazioni di equity che potrebbero favorire crescita e innovazione. In risposta, strumenti pubblici e iniziative private mirano a facilitare il venture capital e il private equity per le imprese più ambiziose; tuttavia, la diffusione di questi strumenti è ancora più accentuata nelle regioni del Centro-Nord rispetto al Sud, accentuando divari territoriali.

Implicazioni future

Le implicazioni per il medio termine sono chiare: senza un’accelerazione degli investimenti in tecnologia, capitale umano e strutture finanziarie, l’Italia rischia di consolidare una stagnazione produttiva che limiterà la capacità di generare benessere. Al contrario, un percorso coerente di politiche pubbliche e iniziative private può sbloccare un circolo virtuoso. Tra le priorità: ampliare l’accesso a servizi digitali condivisi, incentivare la formazione continua legata alle tecnologie emergenti, semplificare l’accesso al credito e rafforzare gli incentivi per investimenti in green economy e transizione energetica.

Per le PMI stesse, le leve pratiche sono chiare: puntare su collaborazioni e aggregazioni per ottenere economie di scala, investire nella formazione di competenze digitali e manageriali, e valutare strategie di internazionalizzazione più strutturate. Il ruolo delle associazioni di categoria e dei distretti è fondamentale nel creare ecosistemi che favoriscano trasferimento tecnologico e condivisione di best practice.

Infine, la governance economica nazionale dovrà mantenere attenzione sulle riforme che facilitano crescita e produttività: digitalizzazione della PA, semplificazione regolamentare, politica fiscale orientata agli investimenti produttivi e infrastrutture logistiche che riducano i costi di sistema. Se sapremo coniugare queste leve con una visione industriale moderna, le PMI italiane potranno trasformarsi da vincolo in motore di sviluppo, rilanciando competitività e qualità dell’occupazione nel Paese.

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Il nuovo volto del lavoro: trend, numeri e competenze per il mercato post‑pandemico

Negli ultimi tre anni il mercato del lavoro ha accelerato trasformazioni già in atto: smart working diffuso, aumento della flessibilità, e una rinnovata domanda di competenze digitali. Questo articolo offre un quadro aggiornato sui principali trend occupazionali, presenta dati sintetici e esempi concreti e si concentra sulle implicazioni per lavoratori, imprese e policy maker.

Contesto: dopo la fase emergenziale della pandemia, molte aziende hanno mantenuto modelli ibridi che combinano presenza in sede e lavoro da remoto. Al contempo, la diffusione di automazione e intelligenza artificiale sta rimodellando mansioni e ruoli. Il risultato è un mercato caratterizzato da opportunità per profili altamente digitalizzati e da sfide per settori ancora legati a competenze tradizionali.

Analisi con dati ed esempi

1) Adozione dello smart working e modelli ibridi. Le rilevazioni più recenti a livello europeo mostrano che una quota significativa della forza lavoro continua a beneficiare di forme ibride: in media tra il 20% e il 35% dei lavoratori svolge regolarmente attività in remoto o con modalità miste. In Italia il ricorso allo smart working varia per settore: nei servizi e nell’IT supera la media, mentre manifattura e costruzioni rimangono più legate alla presenza fisica. Un esempio concreto è quello di una media impresa del Nord Est che ha ridisegnato i turni e gli spazi per accogliere un modello ibrido, ottenendo maggiore produttività e un calo del turnover del personale.

2) Automazione, AI e ridefinizione delle mansioni. Studi internazionali stimano che una parte delle attività lavorative è suscettibile di automazione: una percentuale rilevante delle mansioni ripetitive potrà essere automatizzata nei prossimi 10–15 anni, mentre cresce la domanda di competenze superiori in ambito analitico, gestionale e creativo. In un reparto produttivo di un’azienda italiana sono stati introdotti robot collaborativi (‘cobot’) per attività ripetitive: il personale è stato riallocato su controllo qualità e manutenzione predittiva, con un incremento dell’efficienza e una richiesta di formazione tecnica aggiuntiva.

3) Mercato del lavoro e disuguaglianze territoriali. Le differenze regionali restano marcate: aree metropolitane e poli tecnologici attraggono profili altamente specializzati e offrono salari mediamente più alti, mentre aree interne registrano difficoltà nel ricollocare lavoratori provenienti da settori in contrazione. Politiche di formazione locale e incentivi alle imprese per insediamenti produttivi possono attenuare queste divergenze.

4) Giovani e transizione scuola‑lavoro. L’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro rimane una sfida: il mismatch tra competenze richieste e quelle offerte dalle scuole e università è ancora evidente. Percorsi di apprendistato, alternanza scuola‑lavoro e programmi aziendali di tirocinio stanno crescendo, ma servono strumenti più strutturati per accelerare l’adattamento delle curricula alle esigenze digitali e trasversali del mercato.

5) Formazione continua e upskilling. Le imprese che investono in formazione interna segnalano migliori performance competitive. Corsi su data analysis, cybersecurity, cloud e soft skills (problem solving, lavoro di squadra) sono tra i più richiesti. Un caso esemplare: una piattaforma di e‑learning collaborativa lanciata da un consorzio industriale ha aumentato il tasso di riqualificazione dei dipendenti operativi, riducendo il ricorso a contratti esterni.

Implicazioni future

1) Per i lavoratori: priorità a competenze digitali e trasversali. L’apprendimento continuo diventerà uno standard di carriera; l’occupabilità passerà sempre più dalla capacità di aggiornarsi e adattarsi a ruoli ibridi e multipli.

2) Per le imprese: riprogettare processi e modelli HR. Le organizzazioni dovranno investire in piani di reskilling, strumenti di gestione ibrida e politiche che favoriscano inclusione e retention. Chi saprà integrare tecnologia e capitale umano otterrà vantaggi competitivi sostenibili.

3) Per le istituzioni: politiche attive e infrastrutture. Occorrono incentivi per la formazione professionale, strumenti per favorire la mobilità interregionale dei talenti e investimenti in connettività per colmare il divario digitale territoriale.

4) Per il sistema educativo: maggiore integrazione con il mondo del lavoro. Curricula aggiornati, collaborazioni tra università e imprese e percorsi professionalizzanti saranno essenziali per ridurre il mismatch e favorire l’occupazione giovanile.

Conclusione: il mercato del lavoro europeo e italiano si sta trasformando in modo rapido ma non uniforme. Le opportunità per chi possiede competenze digitali e trasversali sono concrete, ma la transizione richiede investimenti sistemici in formazione, politiche attive e una gestione attenta del rapporto tra automazione e lavoro umano. Pianificare ora il percorso di adattamento sarà la chiave per cogliere i benefici di un mercato più flessibile e innovativo.

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Formazione e innovazione nelle microimprese: il 70% non ha un piano

Nonostante le micro, piccole e medie imprese (MPMI) riconoscano l’importanza della formazione, questa risulta ancora episodica e poco strutturata.
Il 70% delle MPMI si divide tra imprese che intervengono solo in presenza di necessità contingenti e realtà che non pianificano affatto attività formative.
Solo il 30% dispone di un piano formativo, e appena il 19% lo aggiorna regolarmente.

Ma tra le medie imprese la quota che forma regolarmente i collaboratori cresce al 43%. Più cresce la dimensione aziendale, più cresce la capacità di strutturare la formazione.
Quanto alle modalità di erogazione della formazione, le lezioni in presenza sono ancora le più impiegate, seguite dal training on-the-job/affiancamento.
Emerge dalla ricerca dell’Osservatorio Innovazione Digitale nelle PMI del Politecnico di Milano.

Criticità intergenerazionali e mancanza di tempo

La ricerca evidenzia anche criticità nel dialogo intergenerazionale. Se nel 44% delle MPMI le diverse generazioni collaborano tra loro, il 43% riscontra difficoltà nel trasferimento di know-how dai lavoratori più anziani ai più giovani (19%) e scarsa motivazione dei giovani ad acquisire competenze dagli “anziani” (23%).

“Pmi e MPMI sembrano concordi su un tema: la mancanza di tempo è la principale difficoltà a formarsi, per le MPMI, addirittura indicata dal 65% delle imprese – afferma Claudio Rorato, Direttore dell’Osservatorio -. In tale contesto, l’ecosistema può supportare meglio le MPMI con proposte formative più coerenti con le effettive esigenze e con presidi esterni sulle risorse umane per coprire i gap organizzativi”.

Risorse economiche carenti

Dopo il tempo, un altro ostacolo allo svolgimento di attività di formazione è la carenza di risorse economiche (20%): oltre una MPMI su due ricorre esclusivamente a mezzi propri per finanziare queste attività.
Tra le microimprese la quota sale al 71%, mentre solo il 12% utilizza fondi paritetici interprofessionali. Anche tra le medie imprese l’accesso a strumenti agevolativi resta limitato.

Le cause comprendono una scarsa conoscenza delle opportunità, difficoltà burocratiche e mancanza di presidio interno/esterno dedicato alla gestione dei bandi.
Le modalità di accesso e fruizione di questi strumenti potrebbero essere migliorate per favorirne l’adozione, così come potrebbe aumentare l’incidenza del supporto fornito da professionisti in grado di supportare le imprese in questo percorso.

Competenze AI: non sono prioritarie

Nonostante la pervasività del tema, le competenze legate all’AI non figurano tra le priorità formative delle MPMI. Fino al 72% del campione ritiene che non sia ancora il momento di investire in questo ambito.
Ha avviato percorsi strutturati sull’AI solo il 4% delle microimprese, il 6% delle piccole e il 20% delle medie imprese.
Le ragioni principali riguardano la convinzione che l’AI non avrà impatti significativi nel breve periodo, oltre a mancanza di tempo e risorse.

In un contesto di trasformazioni tecnologiche, demografiche e organizzative, la formazione non può essere ridotta a un adempimento o una risposta contingente, deve diventare un processo continuo e sistemico. La differenza tra imprese che subiranno il cambiamento e imprese che lo guideranno passerà dalla qualità delle competenze che sapranno costruire oggi.

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Attacchi informatici al settore automotive: i nuovi rischi del 2026

Anche nel 2026 gli attacchi dannosi colpiranno il settore automotive, in particolare, i veicoli e i sistemi collegati. La produzione globale di auto altamente computerizzate dotate di numerose unità di controllo elettronico (ECU), ‘consente’ agli hacker di sfruttare errori di implementazione e vulnerabilità per poterle rubare.
I punti di accesso riguardano qualsiasi interfaccia accessibile: bus CAN, porta OBD o Ethernet, modulo NFC, chip Wi-Fi, Bluetooth, modem LTE.

Quanto all’hackeraggio dei sistemi (crittografare file o intere reti rendendole inaccessibili), i malintenzionati utilizzano principalmente ransomware. L’obiettivo è quello di chiedere un riscatto, spesso in criptovaluta, per fornire la chiave di decrittografia o ripristinare l’accesso.
Sono alcune previsioni di Kaspersky sulle minacce informatiche per l’industria automotive nel 2026.

Colpire le infrastrutture e la supply chain

Nel 2026 potrebbero anche emergere nuove fughe di dati riservati degli utenti e informazioni sui movimenti dei veicoli provenienti dalle infrastrutture delle case automobilistiche.

Un altro vettore significativo è rappresentato dagli attacchi alla supply chain delle infrastrutture delle case automobilistiche (attraverso l’hacking dei sistemi degli appaltatori) con l’obiettivo di interrompere i sistemi critici e causare perdite finanziarie.
Gli audit di sicurezza condotti regolarmente da Kaspersky consentono di identificare le vulnerabilità che potrebbero essere sfruttate per questi attacchi.

Dal blocco remoto dell’auto al furto di dati personali

Gli aggressori motivati da ragioni finanziarie sono principalmente interessati ai dati personali degli utenti e all’accesso ai loro account. Sono possibili anche attacchi ransomware volti a interrompere sistemi critici e causare perdite economiche alle aziende.

Il blocco remoto delle auto è invece un rischio particolarmente elevato per le società di car sharing e taxi, poiché nei veicoli installano moduli che consentono, tra le altre funzioni, il blocco remoto in qualsiasi momento. Se gli aggressori ottengono l’accesso al sistema di controllo di questi moduli, possono bloccare simultaneamente numerosi veicoli, o per richiedere un riscatto o per effettuare operazioni di sabotaggio.

Intercettare i carichi delle aziende di trasporto e logistica

Un ulteriore potenziale vettore di rischio riguarda gli attacchi alle aziende di trasporto e logistica, finalizzati all’intercettazione degli ordini e al furto fisico dei carichi. Oggi, la digitalizzazione dei processi della supply chain consente agli aggressori di sottrarre carichi senza lasciare il cyberspazio. Gli attaccanti possono infatti violare i sistemi da remoto e manipolare i dati di spedizione per far consegnare i carichi a indirizzi specifici, destinati alla successiva rivendita.

La crescente digitalizzazione coinvolge però anche le infrastrutture di rifornimento. Le moderne stazioni di servizio e le stazioni di ricarica per veicoli elettrici sono progettate per essere collegate a infrastrutture cloud, ampliando le opportunità di attacco per gli hacker.
Entro il 2026 potrebbero verificarsi attacchi a queste infrastrutture, con l’obiettivo di sottrarre carburante o elettricità, nonché informazioni personali o dettagli delle carte carburante dei clienti.

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Buoni propositi per il nuovo anno: pratiche green e scelte tecnologiche smart

In Europa solo il 30%-40% dei rifiuti elettronici viene raccolto o riciclato correttamente. Il resto finisce incenerito, in discarica o trattato come rifiuto generico, immettendo nell’ambiente sostanze nocive e sprecando una grande quantità di risorse.
L’inizio dell’anno nuovo è il momento giusto per trasformare le intenzioni in propositi tangibili. Anche in favore del Pianeta.

Vivere in modo più sostenibile significa prestare attenzione alle scelte di oggi per salvaguardare la salute delle generazioni future. Ecco perché adottare pratiche di economia circolare rappresenta un passo significativo per ridurre il proprio impatto ambientale. Swappie propone, quindi, una lista di 10 pratiche semplici e concrete da utilizzare come personali buoni propositi green per il 2026.

Scegliere il ricondizionato invece del nuovo

Il telefono più ecologico è quello che possediamo già. Utilizzare smartphone, tablet e laptop finché funzionano, allungandone il ciclo di vita, può fare un’enorme differenza per l’ambiente. Ma quando siamo costretti a cambiarli è opportuno considerare un telefono ricondizionato, che riduce drasticamente le emissioni di carbonio, evitando la produzione di un nuovo dispositivo.

Quanto ai vecchi device, venderli è meglio che conservarli nei cassetti di casa. Oltre a ottenere un ritorno economico, proporli a refurbisher certificati mantiene in circolazione materiali preziosi e previene la produzione di rifiuti elettronici.
Inoltre, acquistare accessori come cavi, cover e caricabatterie di qualità fa sì che siano durevoli nel tempo, e di conseguenza, più sostenibili.

Se il cloud è “pulito” l’utilizzo di energia è minore

E se lo spazio di archiviazione nel cloud richiede enormi quantità di energia per i server, eliminare file inutilizzati, foto duplicate e vecchi backup può essere un ottimo modo per iniziare l’anno al meglio. Un cloud più pulito equivale a un utilizzo di energia minore.

Ma anche rendere più efficienti le proprie abitudini di ricarica aiuta l’ambiente. Mettere in carica i device durante le ore di minor consumo, scollegare i dispositivi una volta completata la ricarica ed evitare la ricarica notturna sono piccoli accorgimenti che riducono il consumo energetico e lo stato di degrado della batteria.
Ugualmente, quando si tratta di regali la sostenibilità può diventare un’abitudine: second hand e tecnologia di seconda mano possono essere ottime idee regalo.

Preferire i brand sostenibili

Buttare i device oramai inservibili, ma riciclando e smaltendo responsabilmente è fondamentale. I rifiuti elettronici non devono mai finire nei bidoni domestici. Per assicurarsi che i materiali vengano recuperati e smaltiti in modo sicuro, è necessario recarsi nei punti di raccolta dedicati o affidarsi a programmi di ritiro certificati.

Per qualsiasi categoria di prodotto, poi, a partire dalla tecnologia, è importante preferire aziende e brand che adottino pratiche di sostenibilità trasparenti.
E se si è in procinto di cambiare lo smartphone, una soluzione è quella di dare in permuta il vecchio device e scegliere un dispositivo ricondizionato. Così è possibile dare un contributo attivo alla riduzione dei rifiuti elettronici risparmiando denaro.

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Videogiochi: 10 ore a settimana sono troppe e compromettono il benessere generale

Lo conferma un nuovo studio condotto sugli studenti universitari dalla Curtin University di Perth, in Australia, e pubblicato su Nutrition: giocare ai videogiochi per più di 10 ore a settimana potrebbe avere un impatto significativo sulla dieta, sul sonno e sul peso corporeo dei giovani giocatori.

I ricercatori hanno intervistato 317 studenti iscritti a cinque università australiane con un’età media di 20 anni e hanno diviso i partecipanti in tre gruppi in base alla quantità di tempo dichiarata trascorsa a giocare ai videogiochi.
Poiché le abitudini assimilate durante il periodo universitario spesso accompagnano le persone fino all’età adulta, abitudini più sane, come prendersi delle pause dai videogiochi, evitare di giocare a tarda notte e scegliere spuntini più sani, possono contribuire a migliorare il benessere generale.

La salute peggiora drasticamente quando si supera il limite

Dei tre gruppi considerati il primo comprendeva i cosiddetti ‘giocatori scarsi’ (da 0 a 5 ore a settimana), quello dei ‘giocatori moderati’ (da 5 a 10 ore) e quello di chi gioca oltre 10 ore a settimana, i ‘giocatori intensi’.
Il team ha scoperto che sebbene i giocatori scarsi e moderati abbiano riportato risultati simili in termini di salute, i risultati peggioravano drasticamente quando il tempo di gioco di un giovane superava le 10 ore settimanali.
I risultati suggeriscono quindi che il problema principale è il gioco eccessivo, piuttosto che il gioco in sé.

“Ciò che è emerso è che gli studenti che giocavano fino a 10 ore a settimana avevano tutti un aspetto molto simile in termini di dieta, sonno e peso corporeo – afferma il professor Mario Siervo della Curtin School of Population Health -, mostrando una netta divergenza rispetto al resto del campione”.

Scarsa qualità della dieta, indice di massa corporea più alto

Quando si superano 10 ore di gioco settimanali lo studio ha rilevato un calo della qualità della dieta, con una maggiore prevalenza di obesità nel gruppo dei giocatori più assidui rispetto a quello dei giocatori meno assidui e moderati.

Nei giocatori più assidui l’indice di massa corporea (BMI) medio era di 26,3 kg/m 2, mentre in quelli meno assidui i valori dell’indice erano pari a 22,2 kg/m 2 e nei giocatori moderati 22,8 kg/m 2.
“Ogni ora aggiuntiva di gioco a settimana è stata associata a un calo della qualità della dieta, anche dopo aver tenuto conto dello stress, dell’attività fisica e di altri fattori legati allo stile di vita”, aggiunge Siervo.

Il legame tra ore di gioco e interruzione del sonno

Tutti i gruppi hanno segnalato una qualità del sonno generalmente scarsa, ma i giocatori moderati e assidui hanno ottenuto punteggi peggiori rispetto ai giocatori deboli, con un legame significativo tra le ore di gioco e l’interruzione del sonno.

“Questo studio non dimostra che il gioco d’azzardo causi questi problemi, ma mostra chiaramente che il gioco eccessivo può essere collegato a un aumento dei fattori di rischio per la salute – ha sottolineato il professore -. I nostri dati suggeriscono che giocare poco o moderatamente va generalmente bene, ma giocare eccessivamente può compromettere abitudini sane come seguire una dieta equilibrata, dormire bene e mantenersi attivi”.

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Cybersecurity: anche nel 2026 il settore TLC continuerà a essere minacciato

Nel corso dell’ultimo anno, attività APT, compromissioni della catena di approvvigionamento, interruzioni DDoS e frodi tramite SIM hanno continuato a esercitare una forte pressione sugli operatori delle telecomunicazioni.
Parallelamente, l’adozione di nuove tecnologie ha introdotto ulteriori rischi di natura operativa.

I dati di Kaspersky Security Network mostrano che tra novembre 2024 e ottobre 2025 il 12,79% degli utenti del settore delle telecomunicazioni è stato soggetto a minacce web, mentre il 20,76% ha affrontato minacce sui dispositivi.
Nello stesso periodo, il 9,86% delle organizzazioni di telecomunicazioni a livello globale ha subito attacchi ransomware.

Dalle APT alle vulnerabilità della catena di approvvigionamento

Il nuovo report del Kaspersky Security Bulletin analizza i principali sviluppi che hanno caratterizzato la sicurezza informatica nel settore delle telecomunicazioni nel 2025 e le minacce che con ogni probabilità, continueranno a manifestarsi anche nel 2026.

Nel 2025, gli operatori di telecomunicazioni hanno dovuto affrontare quattro grandi categorie di minacce. Oltre alle frodi tramite SIM, le intrusioni mirate (APT) hanno continuato a puntare all’ottenimento di un accesso furtivo agli ambienti degli operatori, finalizzato allo spionaggio a lungo termine e allo sfruttamento di posizioni privilegiate all’interno delle reti. Allo stesso tempo, le vulnerabilità della catena di approvvigionamento sono rimaste un importante punto di ingresso.

Gli attacchi DDoS

Gli ecosistemi delle telecomunicazioni si basano infatti su numerosi fornitori, appaltatori e piattaforme strettamente integrate, rendendo le debolezze di software e servizi ampiamente utilizzati un potenziale canale di accesso alle reti degli operatori.
Inoltre, gli attacchi DDoS hanno continuato a rappresentare un problema concreto in termini di disponibilità dei servizi e capacità delle infrastrutture.

Parallelamente, il settore delle telecomunicazioni sta passando da una fase di rapido sviluppo tecnologico a una di implementazione su larga scala.
Secondo il report, questa transizione creerà nuove opportunità ma anche nuovi rischi operativi nel corso del 2026.

Transizione tecnologica e rischio interruzione

Kaspersky individua tre aree principali in cui le transizioni tecnologiche potrebbero causare interruzioni, soprattutto se implementate in modo non uniforme o senza controlli rigorosi.
La prima riguarda la gestione della rete assistita dall’AI, dove l’automazione può amplificare errori di configurazione o agire sulla base di dati fuorvianti.

La seconda è rappresentata dalla transizione verso la crittografia post-quantistica, in cui un’implementazione affrettata di approcci ibridi o post-quantistici potrebbe generare problemi di interoperabilità e prestazioni negli ambienti IT, di gestione e interconnessione.
La terza area riguarda l’integrazione tra reti 5G e satellitari (NTN), dove l’estensione della copertura dei servizi e le dipendenze dai partner introducono nuovi punti di integrazione e potenziali modalità di guasto.