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2026, cresce la fiducia: un pizzico di ottimismo per consumatori e imprese

Dicembre 2025 si chiude con un segnale che, pur senza squilli di tromba, lascia intravedere un cambio di passo nel clima economico del Paese. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Istat, torna a crescere – seppur leggermente – la fiducia di famiglie e imprese dopo mesi di andamento incerto e più di una battuta d’arresto.

I numeri, pur senza essere eclatanti, indicano una tendenza: l’indicatore di fiducia dei consumatori sale da 95,0 a 96,6, mentre quello composito delle imprese passa da 96,1 a 96,5. Un miglioramento graduale, che però va letto con attenzione, settore per settore.

Famiglie più serene sul presente

I consumatori in particolare esprimono generalmente valutazioni migliori, specie su ciò che riguarda la vita quotidiana. Il clima personale cresce in modo deciso, passando da 94,5 a 96,4, mentre quello corrente supera quota 100, salendo da 98,6 a 100,2. Segnali che raccontano famiglie un po’ meno preoccupate del presente.

Migliorano anche le aspettative: il clima futuro sale a 91,6 e quello economico a 97,0. Resta però una certa cautela di fondo. Le valutazioni sulla situazione economica generale del Paese e sull’opportunità di risparmiare continuano ad apparire fragili, come se l’ottimismo fosse ancora con il freno a mano tirato.

Imprese: l’industria ha il fiato corto

Sul fronte delle imprese, il quadro è più articolato. A trainare la fiducia sono i servizi di mercato, dove l’indice balza da 97,8 a 100,0. Qui migliorano tutte le componenti: ordini, aspettative e andamento dell’attività. È il settore che oggi respira meglio.

Stabile, invece, il commercio al dettaglio: l’indice resta poco sotto i livelli record, con vendite giudicate in calo ma aspettative in ripresa e scorte in diminuzione. Un equilibrio delicato, che riflette consumi prudenti ma non fermi.
Più complessa la situazione nell’industria. La manifattura scende a 88,4 e anche le costruzioni arretrano, pur con segnali contrastanti: migliorano gli ordini, ma gli imprenditori temono una riduzione dell’occupazione.

Export e prospettive

Un dato incoraggiante arriva dal fronte internazionale. Nel quarto trimestre del 2025 diminuisce la quota di imprese manifatturiere che segnalano difficoltà nell’export. Un segnale che potrebbe aprire spazi di crescita nei prossimi mesi.

In sintesi, dicembre consegna un Paese che prova a rialzare la testa. La fiducia cresce, ma resta selettiva. Il terreno è ancora fragile, però qualche crepa si sta chiudendo.

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Come ingannare l’AI? Basta scrivere in rima

Forse la poesia non salverà il mondo, ma è in grado di mettere in difficoltà i modelli di Intelligenza artificiale.
Scrivere i prompt in rima consente di aggirare i filtri etici di tutti modelli di AI generativa disponibili sul mercato, come ChatGPT, Gemini, Anthropic, Llama, Mistral, Qwen e DeepSeek. L’utilizzo della forma poetica per formulare un prompt agisce infatti come un ‘passepartout’ universale, capace di ingannare le barriere etiche impostate dai giganti del settore.

Lo ha scoperto uno studio dal titolo “Adversarial Poetry as a Universal Single-Turn Jailbreak Mechanism in Large Language Models”, firmato da DEXAI – Icaro Lab e La Sapienza Università di Roma in collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna.

Una vulnerabilità strutturale…

Su 25 modelli proprietari e open source, l’uso ‘avversariale’ della scrittura in versi ha ottenuto in media il 62% di successo nel far generare contenuti che avrebbero dovuto essere bloccati. Gemini di Google spicca per una percentuale di fallimento nell’intercettare gli attacchi che sfiora il 100%.

La vulnerabilità, definita “strutturale” dagli autori, risiede nel modo in cui le AI interpretano il linguaggio.
I sistemi di sicurezza sono addestrati per riconoscere e bloccare richieste dannose formulate in linguaggio naturale (prosa), mentre la struttura metrica e stilistica della poesia riesce a ‘nascondere’ l’intento malevolo ai filtri di controllo ma non al modello, che comprende il significato semantico, riceve le istruzioni e genera la risposta vietata.

… soprattutto ai modelli più potenti

Insomma, alla faccia di chi si impegna a mettere in pratica complesse operazioni di ingegneria del prompt: basta un singolo messaggio in rima.
I ricercatori hanno testato la tecnica traducendo in versi 1.200 prompt dannosi, coprendo categorie di rischio critiche come sicurezza cibernetica, bioterrorismo, manipolazione psicologica, privacy.
Utilizzando un meta-prompt standard il tasso di successo (ASR) di attacco è risultato fino a 18 volte più alto rispetto alla versione in prosa degli stessi prompt.

Un altro dato sorprendente è che più l’AI è ‘potente’ più è risultata vulnerabile.
Se i modelli più grandi e complessi riescono a leggere l’intenzione mascherata dal linguaggio poetico ed eseguono il comando, quelli più piccoli, non riuscendo a comprendere la richiesta, si rifiutano di rispondere e risultano paradossalmente più sicuri.

Colpa dell’euristica dei sistemi di sicurezza

In pratica, per indurre un modello a fornire risposte potenzialmente dannose basta formulare la richiesta in versi, senza bisogno di complesse tecniche di ingegneria del prompt, conversazioni multi-turno o manipolazioni iterative.

Secondo i ricercatori, la ragione risiederebbe nelle euristiche dei sistemi di sicurezza. I modelli sono addestrati a riconoscere e filtrare richieste dannose espresse nel linguaggio di tutti i giorni, riferisce ANSA. La poesia sembra spostare la richiesta fuori dall’area dove agiscono i filtri, anche se di fatto l’utente sta esprimendo la medesima richiesta.
Il risultato è un “corto circuito”. In pratica, il modello comprende il contenuto semantico e risponde, ma i sistemi di sicurezza non lo intercettano.

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Investimenti: gli italiani scelgono la sicurezza di un consulente finanziario

Quando si tratta di investire il proprio denaro 6 italiani su 10 preferiscono rivolgersi a un consulente finanziario, o ad acquisire strumenti idonei ad agire in autonomia.
Il 55,7% degli italiani si dichiara infatti interessato all’educazione finanziaria, ed è disposto a dedicare parte del proprio tempo all’acquisizione o al rafforzamento delle prorpie competenze economiche.

Al contrario, il 42,9% afferma di non avere né tempo né motivazione per accrescere le proprie conoscenze su risparmio, investimento e in generale economia.
In ogni caso, sia il 60,6% dei disinteressati sia il 62,6% degli interessati quando si tratta di investire i propri soldi preferisce il supporto di un esperto.
Lo attesta la Nota per la Comunicazione del VI Rapporto Assogestioni-Censis, dal titolo “Il ruolo dell’educazione finanziaria nella cultura sociale del risparmio degli italiani”.

Occhio a tassi molto alti o guadagni troppo facili

Nel dettaglio, risultano disinteressati all’educazione finanziaria il 38,6% dei giovani, il 40,4% dei 35-64enni e il 50,4% degli over 65. Inoltre, il 58,7% delle persone con basso titolo di studio, il 43,1% con diploma di maturità e il 37,3% tra i laureati.
Il 47,8% degli italiani ha ricevuto proposte di investimento nel trading online tramite social o telefonate che in seguito si sono rivelate truffe. E il 59,5% afferma di essersi più volte imbattuto in pubblicità accattivanti sui social relative a piattaforme di trading online.

L’81,4% dei disinteressati all’educazione finanziaria e l’82,7% di chi si dichiara interessato mostra cautela di fronte a proposte di conti di deposito che offrono tassi molto alti. E il 76,4% e l’81,6% nei confronti di proposte di investimento tramite app di trading che annunciano grandi guadagni con piccole cifre.

Sì al trading online purché affiancati dall’esperto

I dati, dunque, rivelano un atteggiamento complessivamente cauto di fronte alle sollecitazioni anche da parte degli italiani disinteressati all’educazione finanziaria.
Riguardo a coloro che investono in strumenti finanziari, il 48,4% dei disinteressati ricorre a un consulente che lo segue con una certa stabilità e il 36,0% a una banca o un istituto finanziario quando deve procedere a investire.

Tra chi è interessato all’educazione finanziaria le percentuali sono rispettivamente del 52,4% e 48,2%. E il 31,9% degli italiani è propenso a utilizzare piattaforme di trading online purché affiancato da un consulente.
A ritenere che il trading online semplifichi la gestione degli investimenti, ma non sostituisca il consulente, poi, è il 43,2% dei disinteressati e il 53,5% degli interessati.

La professionalità che tutela il risparmio

“Al di là del livello di alfabetizzazione finanziaria, esiste una consapevolezza diffusa sull’importanza di affidarsi a figure professionali nella gestione del risparmio – commenta Fabio Galli, direttore generale di Assogestioni -. In un contesto segnato da una crescente esposizione a fonti non qualificate e a promesse di guadagni facili, la gestione professionale, svolta da operatori autorizzati e vigilati, costituisce un presidio essenziale per la tutela del risparmio. L’educazione finanziaria svolge un ruolo complementare di strumento di consapevolezza, aiutando le persone a riconoscere il valore della competenza e della trasparenza”.

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Crisi economiche e sovraindebitamento, Milano e Monza Brianza le più colpite

In un anno le richieste d’aiuto da parte di piccole imprese in difficoltà economico-finanziaria, ex imprenditori e cittadini in Lombardia sono aumentate del 17%. Nei primi dieci mesi del 2025 alla Camera Arbitrale di Milano (CAM) sono state depositate 298 istanze. Nel 2024 erano 255.
In dettaglio, il Tribunale ha omologato 146 pratiche su 290 chiuse, con un tasso di successo del 50%. La durata media dei tempi medi di definizione delle pratiche risulta di 523 giorni, circa 17 mesi.

La procedura più utilizzata è la liquidazione controllata (63%), seguita dal piano del consumatore (17%), l’esdebitazione dell’incapiente (12%) e il concordato minore (8%). Per quanto riguarda il profilo dell’indebitato, il 60% di chi ha presentato domanda è un consumatore, il restante 40% riguarda imprese, ex imprenditori e ditte individuali.

Una Convenzione per contrastare il debito privato

È quanto emerge dal convegno organizzato presso la Camera Arbitrale di Milano in collaborazione con l’Osservatorio sul Debito Privato dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
La Camera Arbitrale di Milano, società della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, gestisce le domande di crisi da sovraindebitamento attraverso il proprio Organismo per la gestione delle crisi da sovraindebitamento e per la liquidazione controllata (OCC).

Nel corso del Convegno è stata siglata una Convenzione Quadro tra la Camera Arbitrale di Milano e l’Osservatorio del Debito Privato, finalizzata a promuovere azioni concrete, studi e proposte innovative per prevenire e contrastare il fenomeno del debito privato e del sovraindebitamento.

Diffondere la cultura della prevenzione

L’obiettivo è diffondere la cultura della prevenzione e della gestione del sovraindebitamento e della crisi d’impresa, contribuendo al miglioramento della normativa e della qualità dei servizi, in una prospettiva orientata al bene comune e alla dignità della persona.

In particolare, la collaborazione prevede lo sviluppo di analisi e ricerche, attività di sensibilizzazione rivolte all’opinione pubblica e ai professionisti, percorsi formativi per debitori, operatori bancari e soggetti del Terzo Settore, nonché il rafforzamento del dialogo tra gli stakeholder della filiera del credito.
I due enti si impegnano inoltre a elaborare proposte innovative da sottoporre alle istituzioni politiche, regionali, nazionali ed europee coinvolte nei processi decisionali in materia.

“In dieci anni la CAM ha gestito oltre 1.900 richieste di aiuto”

“In dieci anni la Camera Arbitrale di Milano ha gestito oltre 1.900 richieste di aiuto da parte di persone in difficoltà patrimoniali ed economiche per eccesso di debito, e il fenomeno è in costante crescita”, commenta Rinaldo Sali, Vicedirettore della CameraArbitrale di Milano e responsabile dell’ OCC.

Per legge possono accedere al servizio i consumatori, le imprese minori sotto la soglia fallimentare e alcune categorie specifiche, come imprese agricole, start-up e associazioni professionali che si trovano in una situazione di squilibrio economico e finanziario.

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Black Friday: nel 2025 meno tech più beni essenziali (e regali di Natale)

È quanto emerge dalla ricerca condotta dall’Osservatorio Shopping DoveConviene di Shopfully: se fino a qualche anno fa il Black Friday era considerato un’ottima occasione per acquistare il prodotto tech preferito, oggi la situazione è cambiata.

Nato negli Stati Uniti, il Black Friday continua a rappresentare anche in Italia un’occasione di shopping consolidata, con milioni di consumatori pronti ad andare a caccia delle migliori offerte e promozioni. Che però non riguardano più solo i prodotti tech. Il 69% degli italiani, quasi 7 su 10, ammettono di sfruttare il “Venerdì Nero” per acquistare prodotti di uso quotidiano, oppure anche prodotti spesso non indispensabili nell’immediato. E più del 70% degli italiani sfrutterà questo periodo per anticipare l’acquisto dei regali di Natale.

Top shopping per abbigliamento, elettrodomestici e alimentari

Tra le categorie che saranno più ricercate dai consumatori per il Black Friday 2025, spiccano infatti l’abbigliamento (59%), seguito dagli elettrodomestici (46%) e dai beni alimentari (42%).

Di questi segmenti, i prodotti più ricercati sono latte, caffè, olio extravergine di oliva, asciugatrice e lavatrice. Chiudono la graduatoria i prodotti tech e beauty, entrambi al 23%. Quindi, smartphone, smart tv, tinte per capelli, rasoi e asciugacapelli.
Il negozio fisico rimarrà poi il canale di acquisto privilegiato per il 37% degli italiani. Il 41% invece alternerà online e offline, mentre solo il 13% sceglierà esclusivamente di fare acquisti in rete.

Acquisti orientati in base alle promozioni

Per quanto riguarda il budget, dall’indagine emerge che il 52% degli italiani non ha stabilito un importo preciso e orienterà i propri acquisti in base alle promozioni disponibili. Tuttavia, la pianificazione degli acquisti rimarrà un fattore importante per oltre 1 consumatore su 3 (36%), che utilizzerà le piattaforme online per navigare tra le offerte (58%), confrontare i prezzi (32%) e reperire tutte le informazioni sui prodotti (23%).

“Il Black Friday è ormai una ricorrenza di shopping immancabile per gli italiani, che oggi scelgono questo periodo per aggiudicarsi le offerte delle categorie di prodotto più disparate e lo fanno in maniera sempre più omnicanale”, commenta Marco Durante, Global VP Sales & Marketing di Shopfully.

Online o negozio fisico? Brand e retailer devono giocare strategicamente in equilibrio tra in-store e digitale

“Se, infatti, da un lato, una buona fetta di consumatori pianifica gli acquisti online, dall’altro il negozio fisico rimane il punto di riferimento privilegiato per concludere l’acquisto – aggiunge Marco Durante -. Ed è in questo equilibrio tra digitale e in-store che brand e retailer dei più disparati settori merceologici devono giocare strategicamente, costruendo percorsi d’acquisto integrati capaci di rafforzare la relazione con i consumatori in una fase dell’anno ad altissimo valore”.

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L’e-commerce italiano prende il volo: spedizioni a oltre 393 milioni

Nel primo semestre 2025 l’e-commerce italiano B2C genera un incremento dell’8% nel volume totale delle spedizioni, arrivate a 393,4 milioni. Erano  363,5 milioni nel 2024. Questo valore va interpretato anche alla luce di un maggior flusso di acquisti dall’estero di prodotti a basso prezzo, che incrementano i colli spediti pur con valori medi d’ordine contenuti. 

Per distribuzione geografica si notano alcuni mutamenti nel peso delle spedizioni nelle diverse aree del Paese, che potrebbero indicare una ridistribuzione dei centri di consumo, o l’emergere di nuove dinamiche logistiche regionali.
Le regioni del Centro e del Nord Ovest vedono infatti la loro quota diminuire, mentre Nord Est, Sud e Isole registrano un aumento.
A confermarlo è il Netcomm Delivery Index, lo studio di Netcomm e Poste Italiane.

Costellazione merchant, c’è chi guadagna e chi perde

Il panorama dei merchant parla chiaro: pochi giganti continuano a polarizzare una quota sostanziale del mercato. Nei primi sei mesi del 2025 i Top 15 gestiscono congiuntamente il 73,7% dei volumi totali di spedizioni: Amazon si distingue per la performance più robusta, eBay, per il calo più significativo.

Spiccano le piattaforme che intercettano i nuovi trend di consumo, come Vinted per il second hand, Redcare nel settore salute/farmacia, e si affermano nuovi attori internazionali, come Temu. Tra i merchant specializzati  alcuni mantengono quote stabili (Zooplus, Notino, Aliexpress, Zalando), altri registrano variazioni marginali positive (Esselunga, MediaWorld, Unieuro) o negative (ArcaPlanet, La Feltrinelli).

Cosa comprano online gli italiani?

L’Abbigliamento si conferma incontrastato al primo posto tra le preferenze d’acquisto online degli italiani, con il 19,5% del volume totale delle spedizioni, seguito da Salute/benessere (11,3%), Libri, DVD, CD (8,4%), Cosmetici/profumeria (7,5%), Accessori per la casa (7,4%) ed Elettronica (6,8%).

A un livello di aggregazione maggiore, la macro-categoria Abbigliamento, sport e accessori domina, con il 23,6% delle spedizioni, seguita da Health&Beauty (18,8%) e Informatica/Elettronica di consumo (16,2%). Numeri che non solo rivelano le aree di maggiore attrattività per i consumatori, ma anche le opportunità di crescita per i merchant che operano in questi segmenti.

Concertazione del mercato e gestione dei resi

Più di 8 acquisti online di prodotti su 10 avvengono presso il sito web o l’app di uno dei 10 merchant più popolari. Questa percentuale tocca picchi elevatissimi in settori come Editoria (95,9%), Home (94,8%) e Informatica (90,3%), indicando una forte fidelizzazione in queste nicchie.

Un’altra metrica fondamentale, con implicazioni economiche e ambientali significative, è l’incidenza dei resi.
La media complessiva dei resi si attesta al 5,9% nel YTD 2025. Tuttavia, Arredamento e Home Living e Abbigliamento, sport e accessori presentano i tassi più elevati, sottolineando l’importanza di politiche chiare e soluzioni innovative per mitigare il fenomeno in queste categorie.

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Windows 10 va in pensione: milioni di utenti non sono pronti

Il 14 ottobre 2025 è stata una data importante per il mondo tecnologico: ha infatti sancito la fine ufficiale del supporto a Windows 10. Ma nonostante l’annuncio fosse nell’aria da tempo, molti utenti e aziende non sembrano ancora pronti a voltare pagina.

Secondo un’analisi di Kaspersky, basata sui dati anonimi raccolti tramite la piattaforma Kaspersky Security Network, più della metà dei computer nel mondo utilizza ancora Windows 10. In particolare, il 53% degli utenti resta fedele a questa versione del sistema operativo, mentre un ulteriore 8,5% continua a usare il vecchio Windows 7, ormai fuori supporto dal 2020. Solo un terzo, il 33%, è già passato a Windows 11, l’ultima release di Microsoft.

Aziende e PMI ancora legate al passato

Il fenomeno non riguarda solo gli utenti privati. Anche in ambito aziendale, la transizione appare lenta: quasi il 60% dei dispositivi nelle grandi imprese e il 51% di quelli nelle piccole e medie imprese operano ancora con Windows 10.

Secondo gli esperti di Kaspersky, questa scelta può diventare rischiosa. I sistemi non più supportati, infatti, sono più esposti a cyberattacchi e incompatibilità con software e strumenti di sicurezza aggiornati. L’uso prolungato di piattaforme obsolete all’interno delle infrastrutture aziendali può quindi rappresentare una vulnerabilità significativa.

Privacy e sicurezza: il dilemma di Windows 11

Con il pensionamento di Windows 10, la migrazione a Windows 11 diventa inevitabile per chi desidera continuare a ricevere aggiornamenti di sicurezza. Tuttavia, la nuova versione introduce un cambiamento che divide gli utenti: l’obbligo di utilizzare un account Microsoft per completare la configurazione iniziale del sistema.
Questa scelta, spiega Anna Larkina, esperta di privacy di Kaspersky, “ha implicazioni importanti per la gestione dei dati personali. L’obiettivo è migliorare la sicurezza grazie alle funzioni cloud e agli aggiornamenti automatici, ma comporta anche la trasmissione di informazioni ai server Microsoft, spesso senza un consenso esplicito e immediato”.

Larkina ricorda che, sebbene Windows 10 permettesse la creazione di account locali offline, Windows 11 lega molte delle sue funzioni al cloud. Gli utenti più attenti alla riservatezza possono comunque intervenire sulle impostazioni, disattivando i servizi non necessari.

Come tutelare la propria privacy

Kaspersky consiglia, subito dopo l’installazione, di entrare nel menu Impostazioni > Privacy e sicurezza e rivedere con attenzione le opzioni disponibili. È utile, ad esempio, disattivare l’ID pubblicitario per ridurre la personalizzazione degli annunci, limitare i dati diagnostici al minimo necessario e spegnere i servizi di localizzazione se non indispensabili.

La raccomandazione finale degli esperti è univoca: aggiornarsi resta la scelta più sicura, ma farlo in modo consapevole, proteggendo la propria privacy, è altrettanto importante.

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Divario di genere: Italia distante dall’Europa, ma il problema non è percepito

Secondo l’undicesimo round della European Social Survey, l’indagine statistica dell’Inapp condotta in 24 Paesi europei, il 58% delle donne e il 43,6% degli uomini italiani ritengono che le prime siano trattate meno equamente in assunzioni, retribuzioni e promozioni.
Nella media europea questa percezione si attesta al 64,1 % della popolazione femminile e al 50% di quella maschile.

In Italia, la percezione cresce all’aumentare del livello di istruzione, ed è più elevata nelle Regioni del Nord. In generale, meno consapevoli sono complessivamente gli uomini, soprattutto under30 e anziani.
Circa le differenze retributive, oltre il 65% delle donne ed il 56% degli uomini europei ritiene molto positivo che donne e uomini ricevano pari retribuzione per lo stesso lavoro. In Italia questa opinione è condivisa da quasi il 60% delle donne e il 50 % degli uomini.

Gender gap sul lavoro e donne caregiver

Rispetto all’ effettiva presenza dei gender gap sul lavoro in Italia, misurati da Eurostat al 43%, il 19,2% degli uomini e il 14,5% delle donne ritiene che tali gap siano solo un fenomeno limitato e sporadico.

Donne e uomini presentano anche notevoli differenze nell’uso del tempo. Nel nostro Paese, a prestare assistenza e cura non retribuita a un familiare, amico o conoscente è circa il 24% della popolazione dai 15 anni in su. In questa quota le donne caregiver sono il 10% in più degli uomini, valore più alto, insieme a Polonia e Slovenia, tra tutti i Paesi europei considerati.

Soddisfazione per la propria vita

Il carico di cura per le donne cresce progressivamente con l’età: si passa dalla generazione sandwich over 40, che gestisce simultaneamente bambini e anziani, alla fascia di passaggio tra la terza e la quarta età (tra 60 e 74 anni), dove gli uomini caregiver sono circa il 18% e le donne caregiver il 38%.

In termini di benessere complessivo, oltre la metà dei Paesi si dichiara “soddisfatto della propria vita”.
In Italia, è il 38,2 % degli uomini e il 34,5% delle donne a essere soddisfatto della propria vita, mentre l’insoddisfazione è prevalentemente femminile e si amplifica con l’avanzare dell’età.

“Componente femminile, principale risorsa per far crescere l’occupazione”

Il Rapporto evidenzia però la distanza tra le reali criticità di genere del nostro Paese e la consapevolezza della loro esistenza da parte della popolazione. 

“La componente femminile, in particolare quando in età da lavoro, rappresenta la principale risorsa strategica per far crescere l’occupazione nel nostro Paese – commenta Natale Forlani, presidente dell’Inapp -. Molte ricerche in materia confermano l’importanza dei servizi di conciliazione tra i carichi lavorativi e quelli familiari, per consentire alle donne di partecipare al mercato del lavoro e per favorire la crescita del comparto dei servizi alle persone, che negli altri Paesi europei attira una quota rilevante di domanda di lavoro qualificato”.

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Certificazioni: così le imprese italiane guardano ai mercati esteri

Le certificazioni sono tra le chiavi per restare competitivi sui mercati. E’ evidente che, oggi, a un’azienda non basta più avere un buon prodotto: servono credibilità, solidità e garanzie. In questo contesto le certificazioni stanno diventando sempre più decisive per chi vuole crescere e affacciarsi sui mercati internazionali.

Lo conferma una ricerca di Prometeia e Conforma, che ha coinvolto oltre 50 mila imprese attraverso gli organismi associati.

Più chance all’estero e nei settori strategici

Secondo l’indagine, il 63% delle aziende certificate riesce ad accedere più facilmente ai mercati esteri. E non è tutto: in comparti chiave come agroalimentare, medicale e automotive, una certificazione riconosciuta può fare la differenza.

Non stupisce quindi che gli standard più richiesti restino i classici ISO 9001, ISO 14001 e ISO 45001, insieme alle certificazioni di prodotto. Anche nei bandi pubblici pesano molto: sette operatori su dieci dicono che vengono chieste quasi sempre come requisito di ingresso o come punteggio premiale.

Piccole e grandi imprese, quali vantaggi ci sono

Non tutte le aziende vivono la certificazione allo stesso modo. Per le PMI significa soprattutto migliorare la gestione interna, farsi conoscere da nuovi clienti e avere più chance nei finanziamenti.

Le grandi imprese invece la usano soprattutto per ridurre rischi legali, rispettare le regole delle catene globali e velocizzare l’ingresso in nuovi mercati.

Certificazione e credito, un dialogo da rafforzare

Al momento il mondo bancario considera poco il valore delle certificazioni, ma qualcosa si sta muovendo. Come spiega Gianfranco Torriero, vice direttore generale dell’Abi, questi strumenti possono diventare un elemento prezioso per valutare l’affidabilità di un’impresa, offrendo informazioni sui processi, sulla pianificazione e sulla capacità di controllo.

Doppio binario: sostenibilità e tecnologia

Guardando al futuro, quasi tre operatori su quattro si aspettano un boom delle certificazioni in ambito Esg, in particolare ambientale. “La sostenibilità è un investimento, non un costo”, ricorda Enrico Giovannini di Asvis. Parallelamente, le imprese vedono in intelligenza artificiale e cybersecurity i motori della domanda di nuovi servizi di certificazione.

Non solo burocrazia

“La certificazione non è un timbro da collezionare, ma un passaporto per l’innovazione e l’accesso ai mercati”, sintetizza Nicola Privato, presidente di Conforma. Il vero salto culturale, secondo lui, è smettere di considerarla un obbligo e iniziare a vederla come un investimento strategico per resilienza, crescita e internazionalizzazione.

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Bollette: mercato libero supera tutelato per convenienza

Negli ultimi mesi il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica (PUN) si è stabilizzato, sia per il calo generale dei consumi sia per la crescita a doppia cifra della produzione da fonti rinnovabili. Eolico e fotovoltaico a luglio hanno registrato infatti un aumento rispettivamente del +53,4% e del +17,8% su base annua.

Inoltre, la concorrenza tra fornitori del mercato libero spinge alcune società a vendere l’energia a un prezzo più basso di quello di acquisto sul mercato spot. Secondo l’analisi di Facile.it oggi è infatti possibile trovare proposte con un prezzo della materia prima bloccato inferiore a 0,10 euro/kWh, mentre attualmente il prezzo del mercato tutelato è 0,13 euro/kWh.
In pratica, oggi le offerte di energia elettrica del mercato libero sono più convenienti rispetto a quelle del mercato tutelato.

La concorrenza spinge le imprese a diventare più efficienti

Anche analizzando le aspettative future sul prezzo dell’energia (Futures) i valori non registrano forti scostamenti.

“Una congiuntura favorevole che ha spinto i fornitori a strutturare offerte maggiormente competitive, tanto è vero che siamo davanti a un fenomeno emblematico di questa nuova fase – spiega Facile.it -. Finalmente vediamo sul mercato offerte a prezzo fisso che presentano un prezzo per la materia energia addirittura inferiore al valore attuale del PUN. Quello a cui stiamo assistendo è probabilmente il vero motivo per cui è stato concepito il mercato libero: un sistema dove la concorrenza spinge le imprese a diventare più efficienti e a offrire condizioni migliori per conquistare i consumatori“.

Con tariffa bloccata si risparmiano circa 60 euro

“Se in passato le offerte convenienti erano rare, oggi la competizione è reale e sta portando a benefici tangibili per chi è attento e confronta le diverse tariffe disponibili”, sottolinea Facile.it.

Dati alla mano, le offerte a prezzo fisso offrono una garanzia di risparmio rispetto a quelle variabili, a patto di scegliere la tariffa giusta, magari approfittando di bonus di benvenuto o sconti speciali, che proposti in questo periodo di forte concorrenza rendono il risparmio iniziale ancora più consistente.
Scegliere oggi una tariffa a prezzo bloccato consentirebbe un risparmio annuo che per una famiglia tipo rispetto alle attuali tariffe tutelate arriva a circa 60 euro.

Scegliere il prezzo fisso è una strategia intelligente e sicura

Le migliori offerte a prezzo indicizzato disponibili sul mercato partono da 0,125 euro/kWh: una famiglia tipo spenderebbe quindi circa 730 euro l’anno, il 5% in più rispetto alle migliori offerte a prezzo bloccato.
Qualora le condizioni di mercato dovessero cambiare con un futuro crollo dei prezzi, i clienti avranno sempre la possibilità di sottoscrivere una nuova offerta senza incorrere in alcuna penale.
Questa flessibilità rende la scelta del prezzo fisso, nelle attuali condizioni, una strategia intelligente e sicura.

“Il consiglio – continua Facile.it – è verificare il costo al kWh sulla propria bolletta attuale: se fosse superiore alla soglia dei 0,10 euro/kWh un cambio di fornitore garantirebbe un risparmio e significativo”. E permetterebbe di assicurarsi una tariffa eccezionalmente bassa proprio in vista dei mesi invernali.