post

Attacchi informatici al settore automotive: i nuovi rischi del 2026

Anche nel 2026 gli attacchi dannosi colpiranno il settore automotive, in particolare, i veicoli e i sistemi collegati. La produzione globale di auto altamente computerizzate dotate di numerose unità di controllo elettronico (ECU), ‘consente’ agli hacker di sfruttare errori di implementazione e vulnerabilità per poterle rubare.
I punti di accesso riguardano qualsiasi interfaccia accessibile: bus CAN, porta OBD o Ethernet, modulo NFC, chip Wi-Fi, Bluetooth, modem LTE.

Quanto all’hackeraggio dei sistemi (crittografare file o intere reti rendendole inaccessibili), i malintenzionati utilizzano principalmente ransomware. L’obiettivo è quello di chiedere un riscatto, spesso in criptovaluta, per fornire la chiave di decrittografia o ripristinare l’accesso.
Sono alcune previsioni di Kaspersky sulle minacce informatiche per l’industria automotive nel 2026.

Colpire le infrastrutture e la supply chain

Nel 2026 potrebbero anche emergere nuove fughe di dati riservati degli utenti e informazioni sui movimenti dei veicoli provenienti dalle infrastrutture delle case automobilistiche.

Un altro vettore significativo è rappresentato dagli attacchi alla supply chain delle infrastrutture delle case automobilistiche (attraverso l’hacking dei sistemi degli appaltatori) con l’obiettivo di interrompere i sistemi critici e causare perdite finanziarie.
Gli audit di sicurezza condotti regolarmente da Kaspersky consentono di identificare le vulnerabilità che potrebbero essere sfruttate per questi attacchi.

Dal blocco remoto dell’auto al furto di dati personali

Gli aggressori motivati da ragioni finanziarie sono principalmente interessati ai dati personali degli utenti e all’accesso ai loro account. Sono possibili anche attacchi ransomware volti a interrompere sistemi critici e causare perdite economiche alle aziende.

Il blocco remoto delle auto è invece un rischio particolarmente elevato per le società di car sharing e taxi, poiché nei veicoli installano moduli che consentono, tra le altre funzioni, il blocco remoto in qualsiasi momento. Se gli aggressori ottengono l’accesso al sistema di controllo di questi moduli, possono bloccare simultaneamente numerosi veicoli, o per richiedere un riscatto o per effettuare operazioni di sabotaggio.

Intercettare i carichi delle aziende di trasporto e logistica

Un ulteriore potenziale vettore di rischio riguarda gli attacchi alle aziende di trasporto e logistica, finalizzati all’intercettazione degli ordini e al furto fisico dei carichi. Oggi, la digitalizzazione dei processi della supply chain consente agli aggressori di sottrarre carichi senza lasciare il cyberspazio. Gli attaccanti possono infatti violare i sistemi da remoto e manipolare i dati di spedizione per far consegnare i carichi a indirizzi specifici, destinati alla successiva rivendita.

La crescente digitalizzazione coinvolge però anche le infrastrutture di rifornimento. Le moderne stazioni di servizio e le stazioni di ricarica per veicoli elettrici sono progettate per essere collegate a infrastrutture cloud, ampliando le opportunità di attacco per gli hacker.
Entro il 2026 potrebbero verificarsi attacchi a queste infrastrutture, con l’obiettivo di sottrarre carburante o elettricità, nonché informazioni personali o dettagli delle carte carburante dei clienti.

post

Buoni propositi per il nuovo anno: pratiche green e scelte tecnologiche smart

In Europa solo il 30%-40% dei rifiuti elettronici viene raccolto o riciclato correttamente. Il resto finisce incenerito, in discarica o trattato come rifiuto generico, immettendo nell’ambiente sostanze nocive e sprecando una grande quantità di risorse.
L’inizio dell’anno nuovo è il momento giusto per trasformare le intenzioni in propositi tangibili. Anche in favore del Pianeta.

Vivere in modo più sostenibile significa prestare attenzione alle scelte di oggi per salvaguardare la salute delle generazioni future. Ecco perché adottare pratiche di economia circolare rappresenta un passo significativo per ridurre il proprio impatto ambientale. Swappie propone, quindi, una lista di 10 pratiche semplici e concrete da utilizzare come personali buoni propositi green per il 2026.

Scegliere il ricondizionato invece del nuovo

Il telefono più ecologico è quello che possediamo già. Utilizzare smartphone, tablet e laptop finché funzionano, allungandone il ciclo di vita, può fare un’enorme differenza per l’ambiente. Ma quando siamo costretti a cambiarli è opportuno considerare un telefono ricondizionato, che riduce drasticamente le emissioni di carbonio, evitando la produzione di un nuovo dispositivo.

Quanto ai vecchi device, venderli è meglio che conservarli nei cassetti di casa. Oltre a ottenere un ritorno economico, proporli a refurbisher certificati mantiene in circolazione materiali preziosi e previene la produzione di rifiuti elettronici.
Inoltre, acquistare accessori come cavi, cover e caricabatterie di qualità fa sì che siano durevoli nel tempo, e di conseguenza, più sostenibili.

Se il cloud è “pulito” l’utilizzo di energia è minore

E se lo spazio di archiviazione nel cloud richiede enormi quantità di energia per i server, eliminare file inutilizzati, foto duplicate e vecchi backup può essere un ottimo modo per iniziare l’anno al meglio. Un cloud più pulito equivale a un utilizzo di energia minore.

Ma anche rendere più efficienti le proprie abitudini di ricarica aiuta l’ambiente. Mettere in carica i device durante le ore di minor consumo, scollegare i dispositivi una volta completata la ricarica ed evitare la ricarica notturna sono piccoli accorgimenti che riducono il consumo energetico e lo stato di degrado della batteria.
Ugualmente, quando si tratta di regali la sostenibilità può diventare un’abitudine: second hand e tecnologia di seconda mano possono essere ottime idee regalo.

Preferire i brand sostenibili

Buttare i device oramai inservibili, ma riciclando e smaltendo responsabilmente è fondamentale. I rifiuti elettronici non devono mai finire nei bidoni domestici. Per assicurarsi che i materiali vengano recuperati e smaltiti in modo sicuro, è necessario recarsi nei punti di raccolta dedicati o affidarsi a programmi di ritiro certificati.

Per qualsiasi categoria di prodotto, poi, a partire dalla tecnologia, è importante preferire aziende e brand che adottino pratiche di sostenibilità trasparenti.
E se si è in procinto di cambiare lo smartphone, una soluzione è quella di dare in permuta il vecchio device e scegliere un dispositivo ricondizionato. Così è possibile dare un contributo attivo alla riduzione dei rifiuti elettronici risparmiando denaro.

post

Videogiochi: 10 ore a settimana sono troppe e compromettono il benessere generale

Lo conferma un nuovo studio condotto sugli studenti universitari dalla Curtin University di Perth, in Australia, e pubblicato su Nutrition: giocare ai videogiochi per più di 10 ore a settimana potrebbe avere un impatto significativo sulla dieta, sul sonno e sul peso corporeo dei giovani giocatori.

I ricercatori hanno intervistato 317 studenti iscritti a cinque università australiane con un’età media di 20 anni e hanno diviso i partecipanti in tre gruppi in base alla quantità di tempo dichiarata trascorsa a giocare ai videogiochi.
Poiché le abitudini assimilate durante il periodo universitario spesso accompagnano le persone fino all’età adulta, abitudini più sane, come prendersi delle pause dai videogiochi, evitare di giocare a tarda notte e scegliere spuntini più sani, possono contribuire a migliorare il benessere generale.

La salute peggiora drasticamente quando si supera il limite

Dei tre gruppi considerati il primo comprendeva i cosiddetti ‘giocatori scarsi’ (da 0 a 5 ore a settimana), quello dei ‘giocatori moderati’ (da 5 a 10 ore) e quello di chi gioca oltre 10 ore a settimana, i ‘giocatori intensi’.
Il team ha scoperto che sebbene i giocatori scarsi e moderati abbiano riportato risultati simili in termini di salute, i risultati peggioravano drasticamente quando il tempo di gioco di un giovane superava le 10 ore settimanali.
I risultati suggeriscono quindi che il problema principale è il gioco eccessivo, piuttosto che il gioco in sé.

“Ciò che è emerso è che gli studenti che giocavano fino a 10 ore a settimana avevano tutti un aspetto molto simile in termini di dieta, sonno e peso corporeo – afferma il professor Mario Siervo della Curtin School of Population Health -, mostrando una netta divergenza rispetto al resto del campione”.

Scarsa qualità della dieta, indice di massa corporea più alto

Quando si superano 10 ore di gioco settimanali lo studio ha rilevato un calo della qualità della dieta, con una maggiore prevalenza di obesità nel gruppo dei giocatori più assidui rispetto a quello dei giocatori meno assidui e moderati.

Nei giocatori più assidui l’indice di massa corporea (BMI) medio era di 26,3 kg/m 2, mentre in quelli meno assidui i valori dell’indice erano pari a 22,2 kg/m 2 e nei giocatori moderati 22,8 kg/m 2.
“Ogni ora aggiuntiva di gioco a settimana è stata associata a un calo della qualità della dieta, anche dopo aver tenuto conto dello stress, dell’attività fisica e di altri fattori legati allo stile di vita”, aggiunge Siervo.

Il legame tra ore di gioco e interruzione del sonno

Tutti i gruppi hanno segnalato una qualità del sonno generalmente scarsa, ma i giocatori moderati e assidui hanno ottenuto punteggi peggiori rispetto ai giocatori deboli, con un legame significativo tra le ore di gioco e l’interruzione del sonno.

“Questo studio non dimostra che il gioco d’azzardo causi questi problemi, ma mostra chiaramente che il gioco eccessivo può essere collegato a un aumento dei fattori di rischio per la salute – ha sottolineato il professore -. I nostri dati suggeriscono che giocare poco o moderatamente va generalmente bene, ma giocare eccessivamente può compromettere abitudini sane come seguire una dieta equilibrata, dormire bene e mantenersi attivi”.

post

Cybersecurity: anche nel 2026 il settore TLC continuerà a essere minacciato

Nel corso dell’ultimo anno, attività APT, compromissioni della catena di approvvigionamento, interruzioni DDoS e frodi tramite SIM hanno continuato a esercitare una forte pressione sugli operatori delle telecomunicazioni.
Parallelamente, l’adozione di nuove tecnologie ha introdotto ulteriori rischi di natura operativa.

I dati di Kaspersky Security Network mostrano che tra novembre 2024 e ottobre 2025 il 12,79% degli utenti del settore delle telecomunicazioni è stato soggetto a minacce web, mentre il 20,76% ha affrontato minacce sui dispositivi.
Nello stesso periodo, il 9,86% delle organizzazioni di telecomunicazioni a livello globale ha subito attacchi ransomware.

Dalle APT alle vulnerabilità della catena di approvvigionamento

Il nuovo report del Kaspersky Security Bulletin analizza i principali sviluppi che hanno caratterizzato la sicurezza informatica nel settore delle telecomunicazioni nel 2025 e le minacce che con ogni probabilità, continueranno a manifestarsi anche nel 2026.

Nel 2025, gli operatori di telecomunicazioni hanno dovuto affrontare quattro grandi categorie di minacce. Oltre alle frodi tramite SIM, le intrusioni mirate (APT) hanno continuato a puntare all’ottenimento di un accesso furtivo agli ambienti degli operatori, finalizzato allo spionaggio a lungo termine e allo sfruttamento di posizioni privilegiate all’interno delle reti. Allo stesso tempo, le vulnerabilità della catena di approvvigionamento sono rimaste un importante punto di ingresso.

Gli attacchi DDoS

Gli ecosistemi delle telecomunicazioni si basano infatti su numerosi fornitori, appaltatori e piattaforme strettamente integrate, rendendo le debolezze di software e servizi ampiamente utilizzati un potenziale canale di accesso alle reti degli operatori.
Inoltre, gli attacchi DDoS hanno continuato a rappresentare un problema concreto in termini di disponibilità dei servizi e capacità delle infrastrutture.

Parallelamente, il settore delle telecomunicazioni sta passando da una fase di rapido sviluppo tecnologico a una di implementazione su larga scala.
Secondo il report, questa transizione creerà nuove opportunità ma anche nuovi rischi operativi nel corso del 2026.

Transizione tecnologica e rischio interruzione

Kaspersky individua tre aree principali in cui le transizioni tecnologiche potrebbero causare interruzioni, soprattutto se implementate in modo non uniforme o senza controlli rigorosi.
La prima riguarda la gestione della rete assistita dall’AI, dove l’automazione può amplificare errori di configurazione o agire sulla base di dati fuorvianti.

La seconda è rappresentata dalla transizione verso la crittografia post-quantistica, in cui un’implementazione affrettata di approcci ibridi o post-quantistici potrebbe generare problemi di interoperabilità e prestazioni negli ambienti IT, di gestione e interconnessione.
La terza area riguarda l’integrazione tra reti 5G e satellitari (NTN), dove l’estensione della copertura dei servizi e le dipendenze dai partner introducono nuovi punti di integrazione e potenziali modalità di guasto.

post

Come ingannare l’AI? Basta scrivere in rima

Forse la poesia non salverà il mondo, ma è in grado di mettere in difficoltà i modelli di Intelligenza artificiale.
Scrivere i prompt in rima consente di aggirare i filtri etici di tutti modelli di AI generativa disponibili sul mercato, come ChatGPT, Gemini, Anthropic, Llama, Mistral, Qwen e DeepSeek. L’utilizzo della forma poetica per formulare un prompt agisce infatti come un ‘passepartout’ universale, capace di ingannare le barriere etiche impostate dai giganti del settore.

Lo ha scoperto uno studio dal titolo “Adversarial Poetry as a Universal Single-Turn Jailbreak Mechanism in Large Language Models”, firmato da DEXAI – Icaro Lab e La Sapienza Università di Roma in collaborazione con la Scuola Superiore Sant’Anna.

Una vulnerabilità strutturale…

Su 25 modelli proprietari e open source, l’uso ‘avversariale’ della scrittura in versi ha ottenuto in media il 62% di successo nel far generare contenuti che avrebbero dovuto essere bloccati. Gemini di Google spicca per una percentuale di fallimento nell’intercettare gli attacchi che sfiora il 100%.

La vulnerabilità, definita “strutturale” dagli autori, risiede nel modo in cui le AI interpretano il linguaggio.
I sistemi di sicurezza sono addestrati per riconoscere e bloccare richieste dannose formulate in linguaggio naturale (prosa), mentre la struttura metrica e stilistica della poesia riesce a ‘nascondere’ l’intento malevolo ai filtri di controllo ma non al modello, che comprende il significato semantico, riceve le istruzioni e genera la risposta vietata.

… soprattutto ai modelli più potenti

Insomma, alla faccia di chi si impegna a mettere in pratica complesse operazioni di ingegneria del prompt: basta un singolo messaggio in rima.
I ricercatori hanno testato la tecnica traducendo in versi 1.200 prompt dannosi, coprendo categorie di rischio critiche come sicurezza cibernetica, bioterrorismo, manipolazione psicologica, privacy.
Utilizzando un meta-prompt standard il tasso di successo (ASR) di attacco è risultato fino a 18 volte più alto rispetto alla versione in prosa degli stessi prompt.

Un altro dato sorprendente è che più l’AI è ‘potente’ più è risultata vulnerabile.
Se i modelli più grandi e complessi riescono a leggere l’intenzione mascherata dal linguaggio poetico ed eseguono il comando, quelli più piccoli, non riuscendo a comprendere la richiesta, si rifiutano di rispondere e risultano paradossalmente più sicuri.

Colpa dell’euristica dei sistemi di sicurezza

In pratica, per indurre un modello a fornire risposte potenzialmente dannose basta formulare la richiesta in versi, senza bisogno di complesse tecniche di ingegneria del prompt, conversazioni multi-turno o manipolazioni iterative.

Secondo i ricercatori, la ragione risiederebbe nelle euristiche dei sistemi di sicurezza. I modelli sono addestrati a riconoscere e filtrare richieste dannose espresse nel linguaggio di tutti i giorni, riferisce ANSA. La poesia sembra spostare la richiesta fuori dall’area dove agiscono i filtri, anche se di fatto l’utente sta esprimendo la medesima richiesta.
Il risultato è un “corto circuito”. In pratica, il modello comprende il contenuto semantico e risponde, ma i sistemi di sicurezza non lo intercettano.

post

Windows 10 va in pensione: milioni di utenti non sono pronti

Il 14 ottobre 2025 è stata una data importante per il mondo tecnologico: ha infatti sancito la fine ufficiale del supporto a Windows 10. Ma nonostante l’annuncio fosse nell’aria da tempo, molti utenti e aziende non sembrano ancora pronti a voltare pagina.

Secondo un’analisi di Kaspersky, basata sui dati anonimi raccolti tramite la piattaforma Kaspersky Security Network, più della metà dei computer nel mondo utilizza ancora Windows 10. In particolare, il 53% degli utenti resta fedele a questa versione del sistema operativo, mentre un ulteriore 8,5% continua a usare il vecchio Windows 7, ormai fuori supporto dal 2020. Solo un terzo, il 33%, è già passato a Windows 11, l’ultima release di Microsoft.

Aziende e PMI ancora legate al passato

Il fenomeno non riguarda solo gli utenti privati. Anche in ambito aziendale, la transizione appare lenta: quasi il 60% dei dispositivi nelle grandi imprese e il 51% di quelli nelle piccole e medie imprese operano ancora con Windows 10.

Secondo gli esperti di Kaspersky, questa scelta può diventare rischiosa. I sistemi non più supportati, infatti, sono più esposti a cyberattacchi e incompatibilità con software e strumenti di sicurezza aggiornati. L’uso prolungato di piattaforme obsolete all’interno delle infrastrutture aziendali può quindi rappresentare una vulnerabilità significativa.

Privacy e sicurezza: il dilemma di Windows 11

Con il pensionamento di Windows 10, la migrazione a Windows 11 diventa inevitabile per chi desidera continuare a ricevere aggiornamenti di sicurezza. Tuttavia, la nuova versione introduce un cambiamento che divide gli utenti: l’obbligo di utilizzare un account Microsoft per completare la configurazione iniziale del sistema.
Questa scelta, spiega Anna Larkina, esperta di privacy di Kaspersky, “ha implicazioni importanti per la gestione dei dati personali. L’obiettivo è migliorare la sicurezza grazie alle funzioni cloud e agli aggiornamenti automatici, ma comporta anche la trasmissione di informazioni ai server Microsoft, spesso senza un consenso esplicito e immediato”.

Larkina ricorda che, sebbene Windows 10 permettesse la creazione di account locali offline, Windows 11 lega molte delle sue funzioni al cloud. Gli utenti più attenti alla riservatezza possono comunque intervenire sulle impostazioni, disattivando i servizi non necessari.

Come tutelare la propria privacy

Kaspersky consiglia, subito dopo l’installazione, di entrare nel menu Impostazioni > Privacy e sicurezza e rivedere con attenzione le opzioni disponibili. È utile, ad esempio, disattivare l’ID pubblicitario per ridurre la personalizzazione degli annunci, limitare i dati diagnostici al minimo necessario e spegnere i servizi di localizzazione se non indispensabili.

La raccomandazione finale degli esperti è univoca: aggiornarsi resta la scelta più sicura, ma farlo in modo consapevole, proteggendo la propria privacy, è altrettanto importante.

post

Intelligenza artificiale e cybersecurity: più vantaggi o più rischi per le aziende?

Oggi, in qualunque realtà aziendale, l’Intelligenza Artificiale è uno dei temi più caldi. Considerata strategica per tutti i processi, l’IA ha anche un ruolo fondamentale nelle policicliche relative alla cybersecurity. Ma qual’è la realtà dei fatti?  Un recente studio del Capgemini Research Institute, condotto su un campione di 1.000 aziende e intitolato “New defenses, new threats: what AI and Gen AI bring to cybersecurity”, evidenzia come queste tecnologie possano rafforzare le difese digitali ma, allo stesso tempo, aprano la strada a minacce del tutto nuove.

Attualmente due terzi delle organizzazioni considerano l’IA una priorità nelle proprie strategie di sicurezza, soprattutto per la capacità di analizzare enormi quantità di dati e individuare preventivamente i rischi prima che si trasformino in attacchi concreti. Una funzione fondamentale in un contesto in cui la rapidità di risposta può fare la differenza tra una violazione gestibile e un danno milionario.

L’altra faccia della medaglia

La diffusione della cosiddetta Gen AI, in grado di produrre testi, immagini e contenuti sempre più realistici, ha però aperto scenari inquietanti. Il 97% delle imprese coinvolte nella ricerca ha dichiarato di aver riscontrato nell’ultimo anno roblemi di sicurezza legati a queste tecnologie. I cybercriminali, infatti, possono sfruttarle per costruire attacchi sofisticati e difficili da riconoscere.

Oltre il 40% delle aziende ammette di aver subito perdite economiche causate da deepfake o contenuti manipolati artificialmente. Non sorprende, quindi, che sei organizzazioni su dieci stiano valutando un aumento del budget destinato alla protezione informatica.

Quando l’IA ha le ‘allucinazioni’

Il report sottolinea anche i rischi derivanti da un utilizzo imprudente dell’IA da parte dei dipendenti. Mancanza di formazione e scarsa consapevolezza possono tradursi in fughe di dati o errori costosi. Tra i problemi più diffusi emergono le cosiddette “allucinazioni” – risposte errate o fuorvianti dei modelli – la creazione di contenuti inappropriati e i cosiddetti “prompt injection”, ossia manipolazioni mirate a sfruttare le debolezze dei chatbot e degli assistenti virtuali.

A ciò si aggiunge il timore legato alla gestione dei dati: informazioni sensibili utilizzate per l’addestramento degli algoritmi potrebbero finire in mani sbagliate o essere manipolate, con conseguenze gravi per la privacy e la competitività delle imprese.

Quale sarà la sfida dell’immediato futuro?

Nonostante i rischi, IA e Gen AI restano strumenti imprescindibili per affrontare il futuro della sicurezza informatica. Il punto, sottolinea Capgemini, non è fermarne l’adozione, ma imparare a gestirne potenzialità e i potenziali rischi.

Per le aziende la strada passa da due direttrici: investire in soluzioni tecnologiche di nuova generazione e, parallelamente, formare il personale perché sia in grado di usare queste risorse in modo consapevole. Solo così sarà possibile trasformare l’intelligenza artificiale da minaccia a vero alleato nella difesa digitale.

post

Intelligenza artificiale e shopping: come cambiano le abitudini degli italiani

Sembrava uno scenario futuristico fino a pochi mesi fa, invece è realtà: l’intelligenza artificiale è già entrata nelle abitudini d’acquisto degli italiani. A rivelarlo è il Retail Report 2025 realizzato da Adyen, piattaforma globale di tecnologia finanziaria, secondo cui l’utilizzo dell’IA nello shopping è cresciuto del 47% rispetto all’anno precedente.

Tra i più attivi, non sorprende trovare la Generazione Z, con il 53% che già utilizza strumenti di IA per scegliere e acquistare prodotti. Ma il dato più sorprendente riguarda i Baby Boomer (la fascia 60-78 anni), che fanno registrare l’incremento più marcato: +58% nell’adozione dell’intelligenza artificiale per la spesa.

Dall’ispirazione all’acquisto: l’IA diventa una guida per i consumatori

Oltre la metà degli utenti italiani che si affida all’IA per i propri acquisti la considera una risorsa utile per trovare idee e suggerimenti personalizzati. Il 53% afferma di ricevere ispirazione per capi d’abbigliamento, prodotti alimentari o articoli per la casa.

Il 52% si dice interessato a scoprire brand meno noti grazie all’intervento intelligente dell’algoritmo. E quasi 1 su 10 dichiara di aver individuato nuovi articoli grazie proprio all’intelligenza artificiale.

Solo un retailer italiano su quattro investirà in IA entro l’anno

C’è un altro dato interessante. Mentre i consumatori dimostrano con i numeri un grande entusiasmo per questa “rivoluzione”, i retailer restano molto più cauti. Solo il 25% dei commercianti italiani prevede di investire nell’intelligenza artificiale nel corso dei prossimi 12 mesi, in particolare per migliorare marketing e vendite. Un segnale in controtendenza rispetto alla trasformazione in atto.

“Siamo in un momento in cui l’IA può diventare una figura chiave nello shopping personalizzato”, sottolinea Roelant Prins, Chief Commercial Officer di Adyen. “La tecnologia può consigliare outfit, prodotti, e perfino nuovi marchi in base alle preferenze personali”.

Il digitale non sostituisce il negozio fisico

L’intelligenza artificiale è solo una parte della rivoluzione in corso: il vero salto di qualità passa per la capacità di offrire un’esperienza d’acquisto integrata tra digitale e negozio fisico. Solo il 38% dei brand italiani offre già una continuità tra online e offline, ma la domanda è chiara: il 37% dei consumatori si aspetta di acquistare tramite diversi touchpoint – dai social agli store, passando per le app. Nonostante l’avanzata digitale, il 41% continua a voler toccare con mano il prodotto prima di acquistarlo, e il 31% apprezza poter uscire dal negozio con l’articolo in tasca. 

In sintesi, il futuro del commercio sarà sempre più digitale, ma con un occhio alla personalizzazione, alla fiducia e alla qualità dell’esperienza.

post

ChatGpt è 5° tra i siti web più visitati in tutto il mondo

A febbraio 2025 l’1,86% di tutto il traffico su Internet è indirizzato su ChatGPT. Da gennaio 2025 a febbraio 2025 l’incremento del chatbot di OpenAI è pari a +1,44%, mentre anno su anno la crescita è del 137%.
Ma se ChatGpt ha scalato le vette del panorama digitale, emergendo come uno dei siti più visitati, al primo posto dei siti più visitati da smartphone si piazza Google, che precede YouTube (2°), Facebook (3°), Instagram (4°), X (5°) e WhatsApp (6°).

Di fatto, stando ai più recenti numeri degli analisti della digital data company Similarweb, ChatGpt è la quinta piattaforma al mondo per traffico ‘da computer’, e settima considerando anche il traffico mobile, per un totale di 3,905 miliardi di visite al mese.

A febbraio il traffico diretto ha generato il 76,37% delle visite desktop

Ma chi sono gli utilizzatori di ChtGPT? La composizione dell’audience di ChatGpt è composta per il 54,41% da uomini e per il 45,59% da donne, mentre la fascia d’età più numerosa è quella compresa tra i 25 e i 34 anni.
I temi principali delle richieste? Riguardano videogiochi e accessori tecnologici.

“La principale fonte di traffico per chatgpt.com è quello diretto, che ha generato il 76,37% delle visite desktop il mese scorso – spiegano da Similarweb -. Il sito ottiene la maggior parte del suo traffico sui social media da YouTube, seguito da WhatsApp e Facebook. Coinvolgere il pubblico tramite Linkedin potrebbe essere la prossima mossa”, riporta Ansa.

Il chatbot cresce ma si avvia verso una fase di stabilizzazione

Se a febbraio 2025 ChatGPT ha registrato il nuovo record di oltre 3,900 miliardi di visite a bene vedere si tratta di solo l’1,44% in più rispetto a gennaio.
Inoltre, sebbene le visite siano aumentate del 137% rispetto a febbraio 2024, l’andamento fa pensare che la piattaforma si avvia verso una fase di stabilizzazione.

Eppure, nonostante la mole di utenti, il chatbot genera un flusso di traffico in uscita irrisorio. Negli Stati Uniti, negli ultimi sei mesi, Reuters ha ricevuto solo 50.900 referral da ChatGPT, il massimo tra tutti i fornitori di notizie, il New York Post 42.800 e il New York Times 31.600.
Questi dati rivelano uno schema inquietante. ChatGPT è uno dei siti più visitati di Internet, ma pochissimi utenti cliccano sulle fonti citate.

Gli utenti non verificano le fonti, aumenta il rischio disinformazione

OpenAI ha stretto diverse partnership con i media per migliorare la provenienza delle informazioni. Eppure gli utenti raramente consultano i contenuti originali. Uno studio recente ha scoperto che il 96% degli utilizzatori dei chatbot AI non clicca mai sui link delle fonti.

In pratica, riferisce PuntoInformatico, gli utenti non verificano informazioni potenzialmente errate. Servizi come la ricerca ChatGPT e la nuova ricerca AI di Google rischiano di minare il tradizionale ecosistema web.
Insomma, ChatGPT è diventato uno dei siti più visitati al mondo, ma sta anche contribuendo a trasformare il web in un luogo dove le fonti originali contano sempre meno.

post

Innovazione digitale: per l’Italia è la leva per un progresso sostenibile

L’innovazione digitale rappresenta una leva fondamentale per il progresso sostenibile del nostro Paese, con benefici a vantaggio di cittadini, imprese e l’intero sistema economico. L’Unione Europea sta promuovendo con forza questa transizione, con l’introduzione di regolamenti e strategie a supporto della digitalizzazione e della sostenibilità. Tuttavia, un’analisi condotta su 92 iniziative europee mostra che solo una minima parte degli attori coinvolti affronta entrambe le tematiche in modo sinergico.

Se da un lato il 90% delle politiche digitali riconosce l’importanza della sostenibilità, il focus si concentra prevalentemente su aspetti sociali e di governance, trascurando quelli ambientali. Parallelamente, solo il 13% delle misure dedicate alla sostenibilità pone il digitale al centro delle proprie strategie.

La risposta delle grandi aziende italiane

Le grandi imprese italiane stanno investendo sempre più sia nella trasformazione digitale sia nella sostenibilità, con l’84% che destina risorse significative a entrambe le aree. Tuttavia, il legame tra queste due dimensioni rimane ancora poco sviluppato: solo un’azienda su tre sfrutta il digitale per raggiungere obiettivi di sostenibilità, mentre solo una su quattro integra la sostenibilità nella propria strategia di digitalizzazione.

Dal punto di vista organizzativo, il 98% delle grandi imprese ha un responsabile IT, mentre l’83% dispone di un referente per la sostenibilità. Tuttavia, solo il 10% ha introdotto una figura che integri entrambi i ruoli, come il Digital Sustainability Officer.

Le difficoltà delle PMI nella doppia transizione

Sono le piccole e medie imprese a mostrare le maggiori difficoltà nell’adottare strategie congiunte di digitalizzazione e sostenibilità. Solo il 31% investe in entrambe le aree, mentre il 35% destina poche risorse o nessuna a questi ambiti. Tra le cause principali emergono la mancanza di risorse economiche e la scarsa consapevolezza sui benefici di un approccio integrato.

Sul piano organizzativo, il 67% delle PMI non dispone di un referente per l’innovazione digitale e il 63% non ha una figura dedicata alla sostenibilità. Questo evidenzia la necessità di una maggiore sensibilizzazione e formazione per rendere accessibili le opportunità offerte dalla transizione digitale.

Il ruolo del digitale nella sostenibilità ambientale e sociale

L’innovazione digitale può contribuire di molto agli obiettivi di sostenibilità, ma il suo impatto deve essere gestito con attenzione. Tecnologie come l’IoT e l’intelligenza artificiale stanno rivoluzionando settori come l’agricoltura di precisione, migliorando l’efficienza e riducendo l’impatto ambientale. Allo stesso tempo, strumenti digitali per il lavoro da remoto possono ridurre le emissioni di CO legate agli spostamenti.

Sul piano sociale, il digitale favorisce nuovi modelli di lavoro più flessibili, migliorando il benessere dei dipendenti. Tuttavia, fenomeni come il tecnostress e l’overworking devono essere gestiti per evitare impatti negativi. Inoltre, le tecnologie digitali offrono maggiore trasparenza e accountability, grazie a sistemi di tracciabilità e gestione dei dati che migliorano la governance aziendale.

Le linee guida per un futuro digitale e sostenibile

Secondo l’Osservatorio Digital & Sustainable del Politecnico di Milano, il futuro delle imprese passa da un’integrazione sempre più forte tra digitale e sostenibilità. Uno studio condotto su 27 casi aziendali ha evidenziato come la tecnologia possa essere un fattore chiave per il miglioramento della competitività e dell’efficienza, anche in settori tradizionali come la manifattura.

Le aziende più avanzate in questo processo considerano la sostenibilità come un driver strategico, indipendente dal ritorno economico immediato. Inoltre, l’integrazione tra digitale e sostenibilità può migliorare le relazioni con gli stakeholder e rendere le imprese più resilienti alle evoluzioni del mercato e della normativa.