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Il divario Nord-Sud dopo la pandemia: segnali di ripresa e sfide aperte

Negli ultimi anni il dibattito sul divario economico tra Nord e Sud Italia ha ripreso vigore, alimentato dalle conseguenze della pandemia, dagli interventi del PNRR e dalle dinamiche demografiche in atto. Mentre alcune aree del Mezzogiorno mostrano segni di vivacità economica e attrattività per investimenti pubblici e privati, persistono ritardi strutturali su occupazione, produttività e infrastrutture che rischiano di compromettere una ripresa omogenea. Questo articolo analizza i principali indicatori recenti, offre esempi concreti e individua implicazioni e scenari per il prossimo quinquennio.

Introduzione: contesto e spinte alla trasformazione

La crisi sanitaria del 2020 ha accentuato fragilità già presenti: la contrazione della domanda interna, la perdita di posti di lavoro nei settori più colpiti (turismo, ristorazione, commercio) e le difficoltà delle piccole imprese con scarsa patrimonializzazione. Contemporaneamente, i fondi europei e nazionali hanno aperto opportunità senza precedenti per modernizzare infrastrutture digitali e green, ma la capacità di assorbimento e attuazione dei progetti varia significativamente tra regioni. Il contesto demografico — con invecchiamento e spopolamento di molte aree interne — complica poi la formazione di un mercato del lavoro dinamico e di massa critica imprenditoriale.

Analisi con dati ed esempi

Indicatori labor market: il tasso di occupazione nel Sud rimane inferiore alla media nazionale, con un divario particolarmente marcato tra giovani e donne. La disoccupazione giovanile in molte province meridionali è ancora multipla rispetto a quella del Nord, e il lavoro precario resta una componente significativa dell’offerta occupazionale. Questi squilibri influiscono sulla domanda interna e sul potenziale di crescita locale.

Produttività e settori: la produttività per addetto nel Mezzogiorno è mediamente inferiore a quella del Centro-Nord. Tuttavia emergono cluster di eccellenza: distretti agroalimentari, industrie creative e alcune realtà di manifattura specializzata stanno investendo in tecnologie 4.0, migliorando qualità e marginalità. Esempi virtuosi includono imprese che hanno adottato sistemi digitali per la filiera, ottenendo export crescenti e ordinativi più stabili.

Investimenti e PNRR: i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza hanno destinato risorse rilevanti per infrastrutture, transizione ecologica e digitalizzazione. In diverse città del Sud sono partiti progetti per il miglioramento della mobilità urbana, la riqualificazione di aree industriali dismesse e la diffusione della banda ultra-larga. Tuttavia la variabilità nella capacità amministrativa e nella progettazione rallenta l’effettiva realizzazione e il disboscamento dei benefici a valle.

Capitale umano e formazione: la fuga di capitale umano rimane una sfida cruciale. Molti giovani meridionali si trasferiscono al Nord o all’estero in cerca di opportunità. In risposta, alcune università e incubatori locali hanno rafforzato programmi di trasferimento tecnologico e percorsi imprenditoriali, con esiti positivi nella creazione di start-up locali legate all’innovazione sociale e alle tecnologie ambientali.

Implicazioni future

Per il prossimo quinquennio le politiche di coesione dovranno combinare risorse con efficaci capacità di governance territoriale. Tre linee strategiche emergono come prioritarie:

1) Rafforzare la capacità amministrativa: semplificazione delle procedure, supporto tecnico agli enti locali e formazione di professionalità nella gestione dei progetti pubblici accelererebbero l’assorbimento dei fondi. Senza questa attenzione, il rischio è che ingenti risorse restino inespresse o mal allocate.

2) Puntare su digitalizzazione e transizione verde come leve di competitività: investimenti mirati in connettività, formazione digitale e infrastrutture energetiche possono creare condizioni per un rilancio produttivo sostenibile e attrarre investimenti privati a catena.

3) Incentivare reti territoriali e filiere locali: promuovere aggregazioni tra PMI, università e centri di ricerca per incrementare produttività, favorire percorsi di internazionalizzazione e valorizzare i punti di forza locali — come qualità agroalimentare, turismo culturale e manifattura specializzata — può trasformare il divario in un’opportunità industriale differenziata.

In conclusione, il Mezzogiorno mostra segnali di ripresa non omogenei ma concreti. Il successo dipenderà dalla capacità di tradurre risorse in progetti efficaci, di trattenere e valorizzare capitale umano e di costruire politiche a lungo termine che combinino infrastrutture materiali e immateriali. Senza interventi mirati, il rischio è che la ripresa resti frammentata; con politiche lungimiranti, invece, il divario può essere ridotto, trasformando le debolezze storiche in leve per uno sviluppo più equo e duraturo.

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NeoAgri: la startup che ha digitalizzato la filiera agroalimentare italiana

La filiera agroalimentare italiana è un mosaico di eccellenze locali e fragilità strutturali: frammentazione produttiva, scarsa digitalizzazione e margini di guadagno compressi per i produttori. In questo contesto, alcune startup stanno sperimentando soluzioni che combinano tecnologie IoT, piattaforme di dati e mercati digitali per ricucire la filiera. Il caso di NeoAgri — una giovane impresa nata in Emilia-Romagna — offre uno spaccato concreto delle opportunità e delle difficoltà legate alla trasformazione digitale del settore.

NeoAgri è partita nel 2021 come progetto pilota per la tracciabilità e l’ottimizzazione della logistica di filiere corte. La proposta tecnica è semplice ma efficace: sensori IoT in campo e in magazzino, una dashboard per i produttori che aggrega dati su umidità, resa e tempi di raccolta, e una blockchain leggera per garantire la provenienza dei lotti venduti attraverso un marketplace B2B. In due anni l’azienda ha coinvolto circa 120 aziende agricole in Emilia-Romagna e ha stretto partnership con due cooperative di medie dimensioni.

I numeri del pilot sono interessanti se letti con attenzione. Secondo i report interni della startup, le aziende coinvolte hanno registrato in media un aumento del prezzo medio di vendita del 12–18% grazie alla certificazione di tracciabilità e a una migliore segmentazione del prodotto verso canali Ho.Re.Ca e negozi specializzati. Inoltre, la riduzione degli sprechi post-raccolta — dovuta a una gestione più puntuale dei tempi di essiccazione e stoccaggio — è stata stimata intorno al 20% sui prodotti gestiti attraverso la piattaforma. Questi risultati hanno reso possibile per NeoAgri chiudere un seed round da 2,5 milioni di euro, con investitori locali e un paio di fondi early-stage interessati al connubio tech–agro.

Dal punto di vista operativo, il modello di business adottato da NeoAgri combina abbonamenti SaaS per l’uso della piattaforma, una fee sulle transazioni del marketplace e servizi di consulenza per l’implementazione dei sensori e la formazione delle aziende agricole. L’unit economics mostrano margini in miglioramento: il costo di acquisizione cliente (CAC) si è ridotto dopo la stipula delle partnership cooperative, mentre il valore medio del cliente (LTV) cresce con l’adozione di servizi aggiuntivi come la previsione delle rese e la gestione del magazzino.

Non mancano però le sfide. La scala è il principale nodo: replicare il modello oltre i confini regionali richiede interoperabilità con sistemi di tracciabilità preesistenti, una rete di logistica consolidata e adeguate competenze agronomiche per adattare gli algoritmi alle diverse colture. A livello normativo, NeoAgri ha dovuto confrontarsi con regolamenti regionali e requisiti sanitari stringenti, che impongono tempi e costi di adeguamento non banali. Anche la formazione degli agricoltori resta una barriera: l’adozione tecnologica è più rapida nelle aziende con un ricambio generazionale o orientate all’export, mentre rimane lenta nelle realtà più piccole o tradizionali.

Il caso di NeoAgri suggerisce alcune lezioni utili per operatori, investitori e policy maker. Primo, le soluzioni verticali che rispondono a problemi pratici (riduzione degli sprechi, accesso a mercati premium, tracciabilità) hanno una capacità di penetrazione superiore rispetto a piattaforme generaliste. Secondo, le partnership con cooperative e consorzi possono abbassare il CAC e accelerare la diffusione, fungendo da leva di credibilità locale. Terzo, il modello “hardware + software + servizio” richiede un equilibrio finanziario attento: i capitali iniziali devono coprire sia sviluppo tecnologico sia supporto operativo sul campo.

Guardando al futuro, l’esperienza di NeoAgri indica che la digitalizzazione della filiera agroalimentare italiana può diventare un fattore di competitività internazionale se vengono superate due condizioni: infrastrutture digitali diffuse (connettività e standard di dati) e strumenti di policy che incentivino la trasparenza e i mercati di qualità. Per gli investitori, il settore offre opportunità interessanti nel segmento agritech, soprattutto laddove la tecnologia è abbinata a solide reti distributive. Per i produttori, l’adozione può tradursi in prezzi migliori e minori rischi legati alla volatilità dei mercati.

NeoAgri è ancora una startup in crescita, ma il suo percorso mette in luce una traiettoria replicabile: soluzioni tecnologiche pratiche, validate sul campo, possono tradursi in valore per tutta la filiera. La sfida ora è scalare senza perdere il contatto con le specificità territoriali che, in Italia, restano l’elemento distintivo e il vero patrimonio da valorizzare.

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Produttività e crescita: come le PMI italiane possono sbloccare il futuro economico del Paese

L’Italia continua a confrontarsi con una sfida strutturale: una crescita economica moderata accompagnata da livelli di produttività inferiori rispetto ai principali partner europei. In questo contesto le piccole e medie imprese (PMI), che rappresentano l’ossatura del sistema produttivo nazionale, assumono un ruolo decisivo. Capire come queste realtà possano innalzare produttività e valore aggiunto è cruciale per ridare slancio all’economia italiana.

Negli ultimi anni si è assistito a segnali contrastanti. Dopo la ripresa post-pandemica molti settori hanno mostrato resilienza, ma il gap di produttività rispetto a Germania e Francia rimane evidente. Le ragioni sono note: dimensione d’impresa ridotta, scarsa adozione diffusa di tecnologie digitali avanzate, investimenti in capitale umano insufficienti e una struttura finanziaria che, per alcune imprese, limita l’accesso a risorse per la crescita. Parallelamente, l’aumento dei costi energetici e l’incertezza macroeconomica hanno messo sotto pressione margini e investimenti.

Analisi con dati ed esempi

I dati più recenti disponibili mostrano che le PMI italiane contribuiscono in modo preponderante all’occupazione e al valore aggiunto: la percentuale di imprese sotto i 50 dipendenti è elevata rispetto al resto d’Europa, e molti comparti strategici—meccanica, moda, agroalimentare—continuano a puntare sull’export per crescere. Tuttavia, la produttività per ora lavorata resta inferiore mediamente di una quota significativa rispetto ai livelli dei paesi più avanzati dell’area euro.

Un elemento chiave è la digitalizzazione. Se alcune imprese eccellono nell’adozione di soluzioni Industry 4.0—robotica collaborativa, sensori IoT per il monitoraggio della produzione, piattaforme di analytics—molte altre rimangono ferme a processi analogici. Questo divario digitale si traduce in differenti livelli di efficienza operativa, tempi di reazione sul mercato e capacità di personalizzazione dell’offerta. Esempi virtuosi a livello territoriale includono distretti che hanno saputo aggregare domanda e offerta di servizi digitali condivisi: laboratori di digital innovation che offrono competenze e strumenti a più PMI, riducendo costi di ingresso e accelerando l’adozione tecnologica.

Altro tasto dolente è il capitale umano. La carenza di figure qualificate nei settori tecnologici e manageriali penalizza la capacità di implementare cambiamenti organizzativi complessi. Diversi programmi formativi finanziati a livello nazionale e regionale, spesso rafforzati dai fondi europei del PNRR, hanno l’obiettivo di colmare questo gap, ma la sfida resta nell’allineare offerta formativa e bisogni reali delle imprese.

Sul fronte finanziario, la dimensione limitata porta spesso le PMI a preferire forme di finanziamento tradizionali e a rinunciare a operazioni di equity che potrebbero favorire crescita e innovazione. In risposta, strumenti pubblici e iniziative private mirano a facilitare il venture capital e il private equity per le imprese più ambiziose; tuttavia, la diffusione di questi strumenti è ancora più accentuata nelle regioni del Centro-Nord rispetto al Sud, accentuando divari territoriali.

Implicazioni future

Le implicazioni per il medio termine sono chiare: senza un’accelerazione degli investimenti in tecnologia, capitale umano e strutture finanziarie, l’Italia rischia di consolidare una stagnazione produttiva che limiterà la capacità di generare benessere. Al contrario, un percorso coerente di politiche pubbliche e iniziative private può sbloccare un circolo virtuoso. Tra le priorità: ampliare l’accesso a servizi digitali condivisi, incentivare la formazione continua legata alle tecnologie emergenti, semplificare l’accesso al credito e rafforzare gli incentivi per investimenti in green economy e transizione energetica.

Per le PMI stesse, le leve pratiche sono chiare: puntare su collaborazioni e aggregazioni per ottenere economie di scala, investire nella formazione di competenze digitali e manageriali, e valutare strategie di internazionalizzazione più strutturate. Il ruolo delle associazioni di categoria e dei distretti è fondamentale nel creare ecosistemi che favoriscano trasferimento tecnologico e condivisione di best practice.

Infine, la governance economica nazionale dovrà mantenere attenzione sulle riforme che facilitano crescita e produttività: digitalizzazione della PA, semplificazione regolamentare, politica fiscale orientata agli investimenti produttivi e infrastrutture logistiche che riducano i costi di sistema. Se sapremo coniugare queste leve con una visione industriale moderna, le PMI italiane potranno trasformarsi da vincolo in motore di sviluppo, rilanciando competitività e qualità dell’occupazione nel Paese.

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Il nuovo volto del lavoro: trend, numeri e competenze per il mercato post‑pandemico

Negli ultimi tre anni il mercato del lavoro ha accelerato trasformazioni già in atto: smart working diffuso, aumento della flessibilità, e una rinnovata domanda di competenze digitali. Questo articolo offre un quadro aggiornato sui principali trend occupazionali, presenta dati sintetici e esempi concreti e si concentra sulle implicazioni per lavoratori, imprese e policy maker.

Contesto: dopo la fase emergenziale della pandemia, molte aziende hanno mantenuto modelli ibridi che combinano presenza in sede e lavoro da remoto. Al contempo, la diffusione di automazione e intelligenza artificiale sta rimodellando mansioni e ruoli. Il risultato è un mercato caratterizzato da opportunità per profili altamente digitalizzati e da sfide per settori ancora legati a competenze tradizionali.

Analisi con dati ed esempi

1) Adozione dello smart working e modelli ibridi. Le rilevazioni più recenti a livello europeo mostrano che una quota significativa della forza lavoro continua a beneficiare di forme ibride: in media tra il 20% e il 35% dei lavoratori svolge regolarmente attività in remoto o con modalità miste. In Italia il ricorso allo smart working varia per settore: nei servizi e nell’IT supera la media, mentre manifattura e costruzioni rimangono più legate alla presenza fisica. Un esempio concreto è quello di una media impresa del Nord Est che ha ridisegnato i turni e gli spazi per accogliere un modello ibrido, ottenendo maggiore produttività e un calo del turnover del personale.

2) Automazione, AI e ridefinizione delle mansioni. Studi internazionali stimano che una parte delle attività lavorative è suscettibile di automazione: una percentuale rilevante delle mansioni ripetitive potrà essere automatizzata nei prossimi 10–15 anni, mentre cresce la domanda di competenze superiori in ambito analitico, gestionale e creativo. In un reparto produttivo di un’azienda italiana sono stati introdotti robot collaborativi (‘cobot’) per attività ripetitive: il personale è stato riallocato su controllo qualità e manutenzione predittiva, con un incremento dell’efficienza e una richiesta di formazione tecnica aggiuntiva.

3) Mercato del lavoro e disuguaglianze territoriali. Le differenze regionali restano marcate: aree metropolitane e poli tecnologici attraggono profili altamente specializzati e offrono salari mediamente più alti, mentre aree interne registrano difficoltà nel ricollocare lavoratori provenienti da settori in contrazione. Politiche di formazione locale e incentivi alle imprese per insediamenti produttivi possono attenuare queste divergenze.

4) Giovani e transizione scuola‑lavoro. L’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro rimane una sfida: il mismatch tra competenze richieste e quelle offerte dalle scuole e università è ancora evidente. Percorsi di apprendistato, alternanza scuola‑lavoro e programmi aziendali di tirocinio stanno crescendo, ma servono strumenti più strutturati per accelerare l’adattamento delle curricula alle esigenze digitali e trasversali del mercato.

5) Formazione continua e upskilling. Le imprese che investono in formazione interna segnalano migliori performance competitive. Corsi su data analysis, cybersecurity, cloud e soft skills (problem solving, lavoro di squadra) sono tra i più richiesti. Un caso esemplare: una piattaforma di e‑learning collaborativa lanciata da un consorzio industriale ha aumentato il tasso di riqualificazione dei dipendenti operativi, riducendo il ricorso a contratti esterni.

Implicazioni future

1) Per i lavoratori: priorità a competenze digitali e trasversali. L’apprendimento continuo diventerà uno standard di carriera; l’occupabilità passerà sempre più dalla capacità di aggiornarsi e adattarsi a ruoli ibridi e multipli.

2) Per le imprese: riprogettare processi e modelli HR. Le organizzazioni dovranno investire in piani di reskilling, strumenti di gestione ibrida e politiche che favoriscano inclusione e retention. Chi saprà integrare tecnologia e capitale umano otterrà vantaggi competitivi sostenibili.

3) Per le istituzioni: politiche attive e infrastrutture. Occorrono incentivi per la formazione professionale, strumenti per favorire la mobilità interregionale dei talenti e investimenti in connettività per colmare il divario digitale territoriale.

4) Per il sistema educativo: maggiore integrazione con il mondo del lavoro. Curricula aggiornati, collaborazioni tra università e imprese e percorsi professionalizzanti saranno essenziali per ridurre il mismatch e favorire l’occupazione giovanile.

Conclusione: il mercato del lavoro europeo e italiano si sta trasformando in modo rapido ma non uniforme. Le opportunità per chi possiede competenze digitali e trasversali sono concrete, ma la transizione richiede investimenti sistemici in formazione, politiche attive e una gestione attenta del rapporto tra automazione e lavoro umano. Pianificare ora il percorso di adattamento sarà la chiave per cogliere i benefici di un mercato più flessibile e innovativo.

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Investimenti: gli italiani scelgono la sicurezza di un consulente finanziario

Quando si tratta di investire il proprio denaro 6 italiani su 10 preferiscono rivolgersi a un consulente finanziario, o ad acquisire strumenti idonei ad agire in autonomia.
Il 55,7% degli italiani si dichiara infatti interessato all’educazione finanziaria, ed è disposto a dedicare parte del proprio tempo all’acquisizione o al rafforzamento delle prorpie competenze economiche.

Al contrario, il 42,9% afferma di non avere né tempo né motivazione per accrescere le proprie conoscenze su risparmio, investimento e in generale economia.
In ogni caso, sia il 60,6% dei disinteressati sia il 62,6% degli interessati quando si tratta di investire i propri soldi preferisce il supporto di un esperto.
Lo attesta la Nota per la Comunicazione del VI Rapporto Assogestioni-Censis, dal titolo “Il ruolo dell’educazione finanziaria nella cultura sociale del risparmio degli italiani”.

Occhio a tassi molto alti o guadagni troppo facili

Nel dettaglio, risultano disinteressati all’educazione finanziaria il 38,6% dei giovani, il 40,4% dei 35-64enni e il 50,4% degli over 65. Inoltre, il 58,7% delle persone con basso titolo di studio, il 43,1% con diploma di maturità e il 37,3% tra i laureati.
Il 47,8% degli italiani ha ricevuto proposte di investimento nel trading online tramite social o telefonate che in seguito si sono rivelate truffe. E il 59,5% afferma di essersi più volte imbattuto in pubblicità accattivanti sui social relative a piattaforme di trading online.

L’81,4% dei disinteressati all’educazione finanziaria e l’82,7% di chi si dichiara interessato mostra cautela di fronte a proposte di conti di deposito che offrono tassi molto alti. E il 76,4% e l’81,6% nei confronti di proposte di investimento tramite app di trading che annunciano grandi guadagni con piccole cifre.

Sì al trading online purché affiancati dall’esperto

I dati, dunque, rivelano un atteggiamento complessivamente cauto di fronte alle sollecitazioni anche da parte degli italiani disinteressati all’educazione finanziaria.
Riguardo a coloro che investono in strumenti finanziari, il 48,4% dei disinteressati ricorre a un consulente che lo segue con una certa stabilità e il 36,0% a una banca o un istituto finanziario quando deve procedere a investire.

Tra chi è interessato all’educazione finanziaria le percentuali sono rispettivamente del 52,4% e 48,2%. E il 31,9% degli italiani è propenso a utilizzare piattaforme di trading online purché affiancato da un consulente.
A ritenere che il trading online semplifichi la gestione degli investimenti, ma non sostituisca il consulente, poi, è il 43,2% dei disinteressati e il 53,5% degli interessati.

La professionalità che tutela il risparmio

“Al di là del livello di alfabetizzazione finanziaria, esiste una consapevolezza diffusa sull’importanza di affidarsi a figure professionali nella gestione del risparmio – commenta Fabio Galli, direttore generale di Assogestioni -. In un contesto segnato da una crescente esposizione a fonti non qualificate e a promesse di guadagni facili, la gestione professionale, svolta da operatori autorizzati e vigilati, costituisce un presidio essenziale per la tutela del risparmio. L’educazione finanziaria svolge un ruolo complementare di strumento di consapevolezza, aiutando le persone a riconoscere il valore della competenza e della trasparenza”.

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Crisi economiche e sovraindebitamento, Milano e Monza Brianza le più colpite

In un anno le richieste d’aiuto da parte di piccole imprese in difficoltà economico-finanziaria, ex imprenditori e cittadini in Lombardia sono aumentate del 17%. Nei primi dieci mesi del 2025 alla Camera Arbitrale di Milano (CAM) sono state depositate 298 istanze. Nel 2024 erano 255.
In dettaglio, il Tribunale ha omologato 146 pratiche su 290 chiuse, con un tasso di successo del 50%. La durata media dei tempi medi di definizione delle pratiche risulta di 523 giorni, circa 17 mesi.

La procedura più utilizzata è la liquidazione controllata (63%), seguita dal piano del consumatore (17%), l’esdebitazione dell’incapiente (12%) e il concordato minore (8%). Per quanto riguarda il profilo dell’indebitato, il 60% di chi ha presentato domanda è un consumatore, il restante 40% riguarda imprese, ex imprenditori e ditte individuali.

Una Convenzione per contrastare il debito privato

È quanto emerge dal convegno organizzato presso la Camera Arbitrale di Milano in collaborazione con l’Osservatorio sul Debito Privato dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
La Camera Arbitrale di Milano, società della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, gestisce le domande di crisi da sovraindebitamento attraverso il proprio Organismo per la gestione delle crisi da sovraindebitamento e per la liquidazione controllata (OCC).

Nel corso del Convegno è stata siglata una Convenzione Quadro tra la Camera Arbitrale di Milano e l’Osservatorio del Debito Privato, finalizzata a promuovere azioni concrete, studi e proposte innovative per prevenire e contrastare il fenomeno del debito privato e del sovraindebitamento.

Diffondere la cultura della prevenzione

L’obiettivo è diffondere la cultura della prevenzione e della gestione del sovraindebitamento e della crisi d’impresa, contribuendo al miglioramento della normativa e della qualità dei servizi, in una prospettiva orientata al bene comune e alla dignità della persona.

In particolare, la collaborazione prevede lo sviluppo di analisi e ricerche, attività di sensibilizzazione rivolte all’opinione pubblica e ai professionisti, percorsi formativi per debitori, operatori bancari e soggetti del Terzo Settore, nonché il rafforzamento del dialogo tra gli stakeholder della filiera del credito.
I due enti si impegnano inoltre a elaborare proposte innovative da sottoporre alle istituzioni politiche, regionali, nazionali ed europee coinvolte nei processi decisionali in materia.

“In dieci anni la CAM ha gestito oltre 1.900 richieste di aiuto”

“In dieci anni la Camera Arbitrale di Milano ha gestito oltre 1.900 richieste di aiuto da parte di persone in difficoltà patrimoniali ed economiche per eccesso di debito, e il fenomeno è in costante crescita”, commenta Rinaldo Sali, Vicedirettore della CameraArbitrale di Milano e responsabile dell’ OCC.

Per legge possono accedere al servizio i consumatori, le imprese minori sotto la soglia fallimentare e alcune categorie specifiche, come imprese agricole, start-up e associazioni professionali che si trovano in una situazione di squilibrio economico e finanziario.

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L’e-commerce italiano prende il volo: spedizioni a oltre 393 milioni

Nel primo semestre 2025 l’e-commerce italiano B2C genera un incremento dell’8% nel volume totale delle spedizioni, arrivate a 393,4 milioni. Erano  363,5 milioni nel 2024. Questo valore va interpretato anche alla luce di un maggior flusso di acquisti dall’estero di prodotti a basso prezzo, che incrementano i colli spediti pur con valori medi d’ordine contenuti. 

Per distribuzione geografica si notano alcuni mutamenti nel peso delle spedizioni nelle diverse aree del Paese, che potrebbero indicare una ridistribuzione dei centri di consumo, o l’emergere di nuove dinamiche logistiche regionali.
Le regioni del Centro e del Nord Ovest vedono infatti la loro quota diminuire, mentre Nord Est, Sud e Isole registrano un aumento.
A confermarlo è il Netcomm Delivery Index, lo studio di Netcomm e Poste Italiane.

Costellazione merchant, c’è chi guadagna e chi perde

Il panorama dei merchant parla chiaro: pochi giganti continuano a polarizzare una quota sostanziale del mercato. Nei primi sei mesi del 2025 i Top 15 gestiscono congiuntamente il 73,7% dei volumi totali di spedizioni: Amazon si distingue per la performance più robusta, eBay, per il calo più significativo.

Spiccano le piattaforme che intercettano i nuovi trend di consumo, come Vinted per il second hand, Redcare nel settore salute/farmacia, e si affermano nuovi attori internazionali, come Temu. Tra i merchant specializzati  alcuni mantengono quote stabili (Zooplus, Notino, Aliexpress, Zalando), altri registrano variazioni marginali positive (Esselunga, MediaWorld, Unieuro) o negative (ArcaPlanet, La Feltrinelli).

Cosa comprano online gli italiani?

L’Abbigliamento si conferma incontrastato al primo posto tra le preferenze d’acquisto online degli italiani, con il 19,5% del volume totale delle spedizioni, seguito da Salute/benessere (11,3%), Libri, DVD, CD (8,4%), Cosmetici/profumeria (7,5%), Accessori per la casa (7,4%) ed Elettronica (6,8%).

A un livello di aggregazione maggiore, la macro-categoria Abbigliamento, sport e accessori domina, con il 23,6% delle spedizioni, seguita da Health&Beauty (18,8%) e Informatica/Elettronica di consumo (16,2%). Numeri che non solo rivelano le aree di maggiore attrattività per i consumatori, ma anche le opportunità di crescita per i merchant che operano in questi segmenti.

Concertazione del mercato e gestione dei resi

Più di 8 acquisti online di prodotti su 10 avvengono presso il sito web o l’app di uno dei 10 merchant più popolari. Questa percentuale tocca picchi elevatissimi in settori come Editoria (95,9%), Home (94,8%) e Informatica (90,3%), indicando una forte fidelizzazione in queste nicchie.

Un’altra metrica fondamentale, con implicazioni economiche e ambientali significative, è l’incidenza dei resi.
La media complessiva dei resi si attesta al 5,9% nel YTD 2025. Tuttavia, Arredamento e Home Living e Abbigliamento, sport e accessori presentano i tassi più elevati, sottolineando l’importanza di politiche chiare e soluzioni innovative per mitigare il fenomeno in queste categorie.

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Certificazioni: così le imprese italiane guardano ai mercati esteri

Le certificazioni sono tra le chiavi per restare competitivi sui mercati. E’ evidente che, oggi, a un’azienda non basta più avere un buon prodotto: servono credibilità, solidità e garanzie. In questo contesto le certificazioni stanno diventando sempre più decisive per chi vuole crescere e affacciarsi sui mercati internazionali.

Lo conferma una ricerca di Prometeia e Conforma, che ha coinvolto oltre 50 mila imprese attraverso gli organismi associati.

Più chance all’estero e nei settori strategici

Secondo l’indagine, il 63% delle aziende certificate riesce ad accedere più facilmente ai mercati esteri. E non è tutto: in comparti chiave come agroalimentare, medicale e automotive, una certificazione riconosciuta può fare la differenza.

Non stupisce quindi che gli standard più richiesti restino i classici ISO 9001, ISO 14001 e ISO 45001, insieme alle certificazioni di prodotto. Anche nei bandi pubblici pesano molto: sette operatori su dieci dicono che vengono chieste quasi sempre come requisito di ingresso o come punteggio premiale.

Piccole e grandi imprese, quali vantaggi ci sono

Non tutte le aziende vivono la certificazione allo stesso modo. Per le PMI significa soprattutto migliorare la gestione interna, farsi conoscere da nuovi clienti e avere più chance nei finanziamenti.

Le grandi imprese invece la usano soprattutto per ridurre rischi legali, rispettare le regole delle catene globali e velocizzare l’ingresso in nuovi mercati.

Certificazione e credito, un dialogo da rafforzare

Al momento il mondo bancario considera poco il valore delle certificazioni, ma qualcosa si sta muovendo. Come spiega Gianfranco Torriero, vice direttore generale dell’Abi, questi strumenti possono diventare un elemento prezioso per valutare l’affidabilità di un’impresa, offrendo informazioni sui processi, sulla pianificazione e sulla capacità di controllo.

Doppio binario: sostenibilità e tecnologia

Guardando al futuro, quasi tre operatori su quattro si aspettano un boom delle certificazioni in ambito Esg, in particolare ambientale. “La sostenibilità è un investimento, non un costo”, ricorda Enrico Giovannini di Asvis. Parallelamente, le imprese vedono in intelligenza artificiale e cybersecurity i motori della domanda di nuovi servizi di certificazione.

Non solo burocrazia

“La certificazione non è un timbro da collezionare, ma un passaporto per l’innovazione e l’accesso ai mercati”, sintetizza Nicola Privato, presidente di Conforma. Il vero salto culturale, secondo lui, è smettere di considerarla un obbligo e iniziare a vederla come un investimento strategico per resilienza, crescita e internazionalizzazione.

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Bollette: mercato libero supera tutelato per convenienza

Negli ultimi mesi il prezzo all’ingrosso dell’energia elettrica (PUN) si è stabilizzato, sia per il calo generale dei consumi sia per la crescita a doppia cifra della produzione da fonti rinnovabili. Eolico e fotovoltaico a luglio hanno registrato infatti un aumento rispettivamente del +53,4% e del +17,8% su base annua.

Inoltre, la concorrenza tra fornitori del mercato libero spinge alcune società a vendere l’energia a un prezzo più basso di quello di acquisto sul mercato spot. Secondo l’analisi di Facile.it oggi è infatti possibile trovare proposte con un prezzo della materia prima bloccato inferiore a 0,10 euro/kWh, mentre attualmente il prezzo del mercato tutelato è 0,13 euro/kWh.
In pratica, oggi le offerte di energia elettrica del mercato libero sono più convenienti rispetto a quelle del mercato tutelato.

La concorrenza spinge le imprese a diventare più efficienti

Anche analizzando le aspettative future sul prezzo dell’energia (Futures) i valori non registrano forti scostamenti.

“Una congiuntura favorevole che ha spinto i fornitori a strutturare offerte maggiormente competitive, tanto è vero che siamo davanti a un fenomeno emblematico di questa nuova fase – spiega Facile.it -. Finalmente vediamo sul mercato offerte a prezzo fisso che presentano un prezzo per la materia energia addirittura inferiore al valore attuale del PUN. Quello a cui stiamo assistendo è probabilmente il vero motivo per cui è stato concepito il mercato libero: un sistema dove la concorrenza spinge le imprese a diventare più efficienti e a offrire condizioni migliori per conquistare i consumatori“.

Con tariffa bloccata si risparmiano circa 60 euro

“Se in passato le offerte convenienti erano rare, oggi la competizione è reale e sta portando a benefici tangibili per chi è attento e confronta le diverse tariffe disponibili”, sottolinea Facile.it.

Dati alla mano, le offerte a prezzo fisso offrono una garanzia di risparmio rispetto a quelle variabili, a patto di scegliere la tariffa giusta, magari approfittando di bonus di benvenuto o sconti speciali, che proposti in questo periodo di forte concorrenza rendono il risparmio iniziale ancora più consistente.
Scegliere oggi una tariffa a prezzo bloccato consentirebbe un risparmio annuo che per una famiglia tipo rispetto alle attuali tariffe tutelate arriva a circa 60 euro.

Scegliere il prezzo fisso è una strategia intelligente e sicura

Le migliori offerte a prezzo indicizzato disponibili sul mercato partono da 0,125 euro/kWh: una famiglia tipo spenderebbe quindi circa 730 euro l’anno, il 5% in più rispetto alle migliori offerte a prezzo bloccato.
Qualora le condizioni di mercato dovessero cambiare con un futuro crollo dei prezzi, i clienti avranno sempre la possibilità di sottoscrivere una nuova offerta senza incorrere in alcuna penale.
Questa flessibilità rende la scelta del prezzo fisso, nelle attuali condizioni, una strategia intelligente e sicura.

“Il consiglio – continua Facile.it – è verificare il costo al kWh sulla propria bolletta attuale: se fosse superiore alla soglia dei 0,10 euro/kWh un cambio di fornitore garantirebbe un risparmio e significativo”. E permetterebbe di assicurarsi una tariffa eccezionalmente bassa proprio in vista dei mesi invernali.

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Automobili, il 41% degli italiani ne guida una di oltre 15 anni

Il 41,2% del campione di un’indagine condotta per conto di Facile.it dall’istituto di ricerca mUp Research guida un’auto con più di 15 anni. Si tratta di circa 10 milioni e 700 mila di italiani, e se ci si allarga ai conducenti di vetture con più di 7 anni di anzianità, si arriva addirittura a 26 milioni di automobilisti.

Il dato emerso dalla ricerca supera il 43% fra i residenti al Sud e nelle Isole, e sfiora il 50% tra gli intervistati con un’età compresa tra i 65 e i 74 anni.
Ma perché gli italiani non cambiano l’automobile? Il motivo principale è che l’auto funziona ancora.

Per il 25,8% la motivazione a non cambiare l’auto è economica

Indagando le ragioni che hanno portato questi automobilisti a non cambiare auto fino a oggi si scopre che nella stragrande maggioranza dei casi, il 59,4% del totale campione, pari a 15.583.000 individui, il motivo è, semplicemente, che ritengono che l’auto funzioni ancora benissimo.
Ancora una volta, in alcune aree si raggiungono picchi molto alti, ovvero nel Nord Ovest (65,3%) e nel Nord Est (63,3%).

Al secondo posto nelle motivazioni si riscontrano le difficoltà economiche (25,8%), percentuale che raggiunge il 31,9% tra gli appartenenti alla fascia anagrafica tra 18 e 24 anni e arriva addirittura al 32,6% al Sud e nelle Isole.

Il premio dell’assicurazione varia con l’anzianità del veicolo

Un ulteriore motivo per cui non si sostituisce la vettura è il fatto di usarla poco o nulla, l’11,5% del totale. Percentuale che raggiunge il 15,5% fra chi vive in centri con più di 250.000 abitanti, i quali presumibilmente usano molto i mezzi pubblici, e il 22,4% tra i 65-74enni.
L’anzianità di una vettura, oltre a costituire un fattore di minore sicurezza per i passeggeri e una peggiore sostenibilità ambientale, incide anche sul premio pagato per l’assicurazione Rc auto? La risposta è sì.

Facile.it ha preso in considerazione il profilo di un assicurato e ha calcolato, a parità di condizioni, quanto varia il premio medio pagato con l’anzianità del veicolo.

Una differenza del 17% in soli 4 anni

Con un’età di 10 anni il premio medio da pagare per la polizza è di circa 359 euro, valore che sale a 368 euro se il veicolo ha 12 anni e raggiunge addirittura 421 euro in corrispondenza di un’anzianità di 14 anni.
Una differenza del 17% in appena 4 anni.

L’indagine demoscopica di Facile.it è stata realizzata da mUp Research fra il 25 e il 28 giugno 2025 attraverso la somministrazione di 1.385 interviste CAWI a un campione di possessori di automobili in età compresa fra 18 e 74 anni, rappresentativo della popolazione automobilistica italiana residente sull’intero territorio nazionale.