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Il divario Nord-Sud dopo la pandemia: segnali di ripresa e sfide aperte

Negli ultimi anni il dibattito sul divario economico tra Nord e Sud Italia ha ripreso vigore, alimentato dalle conseguenze della pandemia, dagli interventi del PNRR e dalle dinamiche demografiche in atto. Mentre alcune aree del Mezzogiorno mostrano segni di vivacità economica e attrattività per investimenti pubblici e privati, persistono ritardi strutturali su occupazione, produttività e infrastrutture che rischiano di compromettere una ripresa omogenea. Questo articolo analizza i principali indicatori recenti, offre esempi concreti e individua implicazioni e scenari per il prossimo quinquennio.

Introduzione: contesto e spinte alla trasformazione

La crisi sanitaria del 2020 ha accentuato fragilità già presenti: la contrazione della domanda interna, la perdita di posti di lavoro nei settori più colpiti (turismo, ristorazione, commercio) e le difficoltà delle piccole imprese con scarsa patrimonializzazione. Contemporaneamente, i fondi europei e nazionali hanno aperto opportunità senza precedenti per modernizzare infrastrutture digitali e green, ma la capacità di assorbimento e attuazione dei progetti varia significativamente tra regioni. Il contesto demografico — con invecchiamento e spopolamento di molte aree interne — complica poi la formazione di un mercato del lavoro dinamico e di massa critica imprenditoriale.

Analisi con dati ed esempi

Indicatori labor market: il tasso di occupazione nel Sud rimane inferiore alla media nazionale, con un divario particolarmente marcato tra giovani e donne. La disoccupazione giovanile in molte province meridionali è ancora multipla rispetto a quella del Nord, e il lavoro precario resta una componente significativa dell’offerta occupazionale. Questi squilibri influiscono sulla domanda interna e sul potenziale di crescita locale.

Produttività e settori: la produttività per addetto nel Mezzogiorno è mediamente inferiore a quella del Centro-Nord. Tuttavia emergono cluster di eccellenza: distretti agroalimentari, industrie creative e alcune realtà di manifattura specializzata stanno investendo in tecnologie 4.0, migliorando qualità e marginalità. Esempi virtuosi includono imprese che hanno adottato sistemi digitali per la filiera, ottenendo export crescenti e ordinativi più stabili.

Investimenti e PNRR: i fondi del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza hanno destinato risorse rilevanti per infrastrutture, transizione ecologica e digitalizzazione. In diverse città del Sud sono partiti progetti per il miglioramento della mobilità urbana, la riqualificazione di aree industriali dismesse e la diffusione della banda ultra-larga. Tuttavia la variabilità nella capacità amministrativa e nella progettazione rallenta l’effettiva realizzazione e il disboscamento dei benefici a valle.

Capitale umano e formazione: la fuga di capitale umano rimane una sfida cruciale. Molti giovani meridionali si trasferiscono al Nord o all’estero in cerca di opportunità. In risposta, alcune università e incubatori locali hanno rafforzato programmi di trasferimento tecnologico e percorsi imprenditoriali, con esiti positivi nella creazione di start-up locali legate all’innovazione sociale e alle tecnologie ambientali.

Implicazioni future

Per il prossimo quinquennio le politiche di coesione dovranno combinare risorse con efficaci capacità di governance territoriale. Tre linee strategiche emergono come prioritarie:

1) Rafforzare la capacità amministrativa: semplificazione delle procedure, supporto tecnico agli enti locali e formazione di professionalità nella gestione dei progetti pubblici accelererebbero l’assorbimento dei fondi. Senza questa attenzione, il rischio è che ingenti risorse restino inespresse o mal allocate.

2) Puntare su digitalizzazione e transizione verde come leve di competitività: investimenti mirati in connettività, formazione digitale e infrastrutture energetiche possono creare condizioni per un rilancio produttivo sostenibile e attrarre investimenti privati a catena.

3) Incentivare reti territoriali e filiere locali: promuovere aggregazioni tra PMI, università e centri di ricerca per incrementare produttività, favorire percorsi di internazionalizzazione e valorizzare i punti di forza locali — come qualità agroalimentare, turismo culturale e manifattura specializzata — può trasformare il divario in un’opportunità industriale differenziata.

In conclusione, il Mezzogiorno mostra segnali di ripresa non omogenei ma concreti. Il successo dipenderà dalla capacità di tradurre risorse in progetti efficaci, di trattenere e valorizzare capitale umano e di costruire politiche a lungo termine che combinino infrastrutture materiali e immateriali. Senza interventi mirati, il rischio è che la ripresa resti frammentata; con politiche lungimiranti, invece, il divario può essere ridotto, trasformando le debolezze storiche in leve per uno sviluppo più equo e duraturo.

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NeoAgri: la startup che ha digitalizzato la filiera agroalimentare italiana

La filiera agroalimentare italiana è un mosaico di eccellenze locali e fragilità strutturali: frammentazione produttiva, scarsa digitalizzazione e margini di guadagno compressi per i produttori. In questo contesto, alcune startup stanno sperimentando soluzioni che combinano tecnologie IoT, piattaforme di dati e mercati digitali per ricucire la filiera. Il caso di NeoAgri — una giovane impresa nata in Emilia-Romagna — offre uno spaccato concreto delle opportunità e delle difficoltà legate alla trasformazione digitale del settore.

NeoAgri è partita nel 2021 come progetto pilota per la tracciabilità e l’ottimizzazione della logistica di filiere corte. La proposta tecnica è semplice ma efficace: sensori IoT in campo e in magazzino, una dashboard per i produttori che aggrega dati su umidità, resa e tempi di raccolta, e una blockchain leggera per garantire la provenienza dei lotti venduti attraverso un marketplace B2B. In due anni l’azienda ha coinvolto circa 120 aziende agricole in Emilia-Romagna e ha stretto partnership con due cooperative di medie dimensioni.

I numeri del pilot sono interessanti se letti con attenzione. Secondo i report interni della startup, le aziende coinvolte hanno registrato in media un aumento del prezzo medio di vendita del 12–18% grazie alla certificazione di tracciabilità e a una migliore segmentazione del prodotto verso canali Ho.Re.Ca e negozi specializzati. Inoltre, la riduzione degli sprechi post-raccolta — dovuta a una gestione più puntuale dei tempi di essiccazione e stoccaggio — è stata stimata intorno al 20% sui prodotti gestiti attraverso la piattaforma. Questi risultati hanno reso possibile per NeoAgri chiudere un seed round da 2,5 milioni di euro, con investitori locali e un paio di fondi early-stage interessati al connubio tech–agro.

Dal punto di vista operativo, il modello di business adottato da NeoAgri combina abbonamenti SaaS per l’uso della piattaforma, una fee sulle transazioni del marketplace e servizi di consulenza per l’implementazione dei sensori e la formazione delle aziende agricole. L’unit economics mostrano margini in miglioramento: il costo di acquisizione cliente (CAC) si è ridotto dopo la stipula delle partnership cooperative, mentre il valore medio del cliente (LTV) cresce con l’adozione di servizi aggiuntivi come la previsione delle rese e la gestione del magazzino.

Non mancano però le sfide. La scala è il principale nodo: replicare il modello oltre i confini regionali richiede interoperabilità con sistemi di tracciabilità preesistenti, una rete di logistica consolidata e adeguate competenze agronomiche per adattare gli algoritmi alle diverse colture. A livello normativo, NeoAgri ha dovuto confrontarsi con regolamenti regionali e requisiti sanitari stringenti, che impongono tempi e costi di adeguamento non banali. Anche la formazione degli agricoltori resta una barriera: l’adozione tecnologica è più rapida nelle aziende con un ricambio generazionale o orientate all’export, mentre rimane lenta nelle realtà più piccole o tradizionali.

Il caso di NeoAgri suggerisce alcune lezioni utili per operatori, investitori e policy maker. Primo, le soluzioni verticali che rispondono a problemi pratici (riduzione degli sprechi, accesso a mercati premium, tracciabilità) hanno una capacità di penetrazione superiore rispetto a piattaforme generaliste. Secondo, le partnership con cooperative e consorzi possono abbassare il CAC e accelerare la diffusione, fungendo da leva di credibilità locale. Terzo, il modello “hardware + software + servizio” richiede un equilibrio finanziario attento: i capitali iniziali devono coprire sia sviluppo tecnologico sia supporto operativo sul campo.

Guardando al futuro, l’esperienza di NeoAgri indica che la digitalizzazione della filiera agroalimentare italiana può diventare un fattore di competitività internazionale se vengono superate due condizioni: infrastrutture digitali diffuse (connettività e standard di dati) e strumenti di policy che incentivino la trasparenza e i mercati di qualità. Per gli investitori, il settore offre opportunità interessanti nel segmento agritech, soprattutto laddove la tecnologia è abbinata a solide reti distributive. Per i produttori, l’adozione può tradursi in prezzi migliori e minori rischi legati alla volatilità dei mercati.

NeoAgri è ancora una startup in crescita, ma il suo percorso mette in luce una traiettoria replicabile: soluzioni tecnologiche pratiche, validate sul campo, possono tradursi in valore per tutta la filiera. La sfida ora è scalare senza perdere il contatto con le specificità territoriali che, in Italia, restano l’elemento distintivo e il vero patrimonio da valorizzare.

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Produttività e crescita: come le PMI italiane possono sbloccare il futuro economico del Paese

L’Italia continua a confrontarsi con una sfida strutturale: una crescita economica moderata accompagnata da livelli di produttività inferiori rispetto ai principali partner europei. In questo contesto le piccole e medie imprese (PMI), che rappresentano l’ossatura del sistema produttivo nazionale, assumono un ruolo decisivo. Capire come queste realtà possano innalzare produttività e valore aggiunto è cruciale per ridare slancio all’economia italiana.

Negli ultimi anni si è assistito a segnali contrastanti. Dopo la ripresa post-pandemica molti settori hanno mostrato resilienza, ma il gap di produttività rispetto a Germania e Francia rimane evidente. Le ragioni sono note: dimensione d’impresa ridotta, scarsa adozione diffusa di tecnologie digitali avanzate, investimenti in capitale umano insufficienti e una struttura finanziaria che, per alcune imprese, limita l’accesso a risorse per la crescita. Parallelamente, l’aumento dei costi energetici e l’incertezza macroeconomica hanno messo sotto pressione margini e investimenti.

Analisi con dati ed esempi

I dati più recenti disponibili mostrano che le PMI italiane contribuiscono in modo preponderante all’occupazione e al valore aggiunto: la percentuale di imprese sotto i 50 dipendenti è elevata rispetto al resto d’Europa, e molti comparti strategici—meccanica, moda, agroalimentare—continuano a puntare sull’export per crescere. Tuttavia, la produttività per ora lavorata resta inferiore mediamente di una quota significativa rispetto ai livelli dei paesi più avanzati dell’area euro.

Un elemento chiave è la digitalizzazione. Se alcune imprese eccellono nell’adozione di soluzioni Industry 4.0—robotica collaborativa, sensori IoT per il monitoraggio della produzione, piattaforme di analytics—molte altre rimangono ferme a processi analogici. Questo divario digitale si traduce in differenti livelli di efficienza operativa, tempi di reazione sul mercato e capacità di personalizzazione dell’offerta. Esempi virtuosi a livello territoriale includono distretti che hanno saputo aggregare domanda e offerta di servizi digitali condivisi: laboratori di digital innovation che offrono competenze e strumenti a più PMI, riducendo costi di ingresso e accelerando l’adozione tecnologica.

Altro tasto dolente è il capitale umano. La carenza di figure qualificate nei settori tecnologici e manageriali penalizza la capacità di implementare cambiamenti organizzativi complessi. Diversi programmi formativi finanziati a livello nazionale e regionale, spesso rafforzati dai fondi europei del PNRR, hanno l’obiettivo di colmare questo gap, ma la sfida resta nell’allineare offerta formativa e bisogni reali delle imprese.

Sul fronte finanziario, la dimensione limitata porta spesso le PMI a preferire forme di finanziamento tradizionali e a rinunciare a operazioni di equity che potrebbero favorire crescita e innovazione. In risposta, strumenti pubblici e iniziative private mirano a facilitare il venture capital e il private equity per le imprese più ambiziose; tuttavia, la diffusione di questi strumenti è ancora più accentuata nelle regioni del Centro-Nord rispetto al Sud, accentuando divari territoriali.

Implicazioni future

Le implicazioni per il medio termine sono chiare: senza un’accelerazione degli investimenti in tecnologia, capitale umano e strutture finanziarie, l’Italia rischia di consolidare una stagnazione produttiva che limiterà la capacità di generare benessere. Al contrario, un percorso coerente di politiche pubbliche e iniziative private può sbloccare un circolo virtuoso. Tra le priorità: ampliare l’accesso a servizi digitali condivisi, incentivare la formazione continua legata alle tecnologie emergenti, semplificare l’accesso al credito e rafforzare gli incentivi per investimenti in green economy e transizione energetica.

Per le PMI stesse, le leve pratiche sono chiare: puntare su collaborazioni e aggregazioni per ottenere economie di scala, investire nella formazione di competenze digitali e manageriali, e valutare strategie di internazionalizzazione più strutturate. Il ruolo delle associazioni di categoria e dei distretti è fondamentale nel creare ecosistemi che favoriscano trasferimento tecnologico e condivisione di best practice.

Infine, la governance economica nazionale dovrà mantenere attenzione sulle riforme che facilitano crescita e produttività: digitalizzazione della PA, semplificazione regolamentare, politica fiscale orientata agli investimenti produttivi e infrastrutture logistiche che riducano i costi di sistema. Se sapremo coniugare queste leve con una visione industriale moderna, le PMI italiane potranno trasformarsi da vincolo in motore di sviluppo, rilanciando competitività e qualità dell’occupazione nel Paese.

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Il nuovo volto del lavoro: trend, numeri e competenze per il mercato post‑pandemico

Negli ultimi tre anni il mercato del lavoro ha accelerato trasformazioni già in atto: smart working diffuso, aumento della flessibilità, e una rinnovata domanda di competenze digitali. Questo articolo offre un quadro aggiornato sui principali trend occupazionali, presenta dati sintetici e esempi concreti e si concentra sulle implicazioni per lavoratori, imprese e policy maker.

Contesto: dopo la fase emergenziale della pandemia, molte aziende hanno mantenuto modelli ibridi che combinano presenza in sede e lavoro da remoto. Al contempo, la diffusione di automazione e intelligenza artificiale sta rimodellando mansioni e ruoli. Il risultato è un mercato caratterizzato da opportunità per profili altamente digitalizzati e da sfide per settori ancora legati a competenze tradizionali.

Analisi con dati ed esempi

1) Adozione dello smart working e modelli ibridi. Le rilevazioni più recenti a livello europeo mostrano che una quota significativa della forza lavoro continua a beneficiare di forme ibride: in media tra il 20% e il 35% dei lavoratori svolge regolarmente attività in remoto o con modalità miste. In Italia il ricorso allo smart working varia per settore: nei servizi e nell’IT supera la media, mentre manifattura e costruzioni rimangono più legate alla presenza fisica. Un esempio concreto è quello di una media impresa del Nord Est che ha ridisegnato i turni e gli spazi per accogliere un modello ibrido, ottenendo maggiore produttività e un calo del turnover del personale.

2) Automazione, AI e ridefinizione delle mansioni. Studi internazionali stimano che una parte delle attività lavorative è suscettibile di automazione: una percentuale rilevante delle mansioni ripetitive potrà essere automatizzata nei prossimi 10–15 anni, mentre cresce la domanda di competenze superiori in ambito analitico, gestionale e creativo. In un reparto produttivo di un’azienda italiana sono stati introdotti robot collaborativi (‘cobot’) per attività ripetitive: il personale è stato riallocato su controllo qualità e manutenzione predittiva, con un incremento dell’efficienza e una richiesta di formazione tecnica aggiuntiva.

3) Mercato del lavoro e disuguaglianze territoriali. Le differenze regionali restano marcate: aree metropolitane e poli tecnologici attraggono profili altamente specializzati e offrono salari mediamente più alti, mentre aree interne registrano difficoltà nel ricollocare lavoratori provenienti da settori in contrazione. Politiche di formazione locale e incentivi alle imprese per insediamenti produttivi possono attenuare queste divergenze.

4) Giovani e transizione scuola‑lavoro. L’inserimento dei giovani nel mercato del lavoro rimane una sfida: il mismatch tra competenze richieste e quelle offerte dalle scuole e università è ancora evidente. Percorsi di apprendistato, alternanza scuola‑lavoro e programmi aziendali di tirocinio stanno crescendo, ma servono strumenti più strutturati per accelerare l’adattamento delle curricula alle esigenze digitali e trasversali del mercato.

5) Formazione continua e upskilling. Le imprese che investono in formazione interna segnalano migliori performance competitive. Corsi su data analysis, cybersecurity, cloud e soft skills (problem solving, lavoro di squadra) sono tra i più richiesti. Un caso esemplare: una piattaforma di e‑learning collaborativa lanciata da un consorzio industriale ha aumentato il tasso di riqualificazione dei dipendenti operativi, riducendo il ricorso a contratti esterni.

Implicazioni future

1) Per i lavoratori: priorità a competenze digitali e trasversali. L’apprendimento continuo diventerà uno standard di carriera; l’occupabilità passerà sempre più dalla capacità di aggiornarsi e adattarsi a ruoli ibridi e multipli.

2) Per le imprese: riprogettare processi e modelli HR. Le organizzazioni dovranno investire in piani di reskilling, strumenti di gestione ibrida e politiche che favoriscano inclusione e retention. Chi saprà integrare tecnologia e capitale umano otterrà vantaggi competitivi sostenibili.

3) Per le istituzioni: politiche attive e infrastrutture. Occorrono incentivi per la formazione professionale, strumenti per favorire la mobilità interregionale dei talenti e investimenti in connettività per colmare il divario digitale territoriale.

4) Per il sistema educativo: maggiore integrazione con il mondo del lavoro. Curricula aggiornati, collaborazioni tra università e imprese e percorsi professionalizzanti saranno essenziali per ridurre il mismatch e favorire l’occupazione giovanile.

Conclusione: il mercato del lavoro europeo e italiano si sta trasformando in modo rapido ma non uniforme. Le opportunità per chi possiede competenze digitali e trasversali sono concrete, ma la transizione richiede investimenti sistemici in formazione, politiche attive e una gestione attenta del rapporto tra automazione e lavoro umano. Pianificare ora il percorso di adattamento sarà la chiave per cogliere i benefici di un mercato più flessibile e innovativo.

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2026, cresce la fiducia: un pizzico di ottimismo per consumatori e imprese

Dicembre 2025 si chiude con un segnale che, pur senza squilli di tromba, lascia intravedere un cambio di passo nel clima economico del Paese. Secondo gli ultimi dati diffusi dall’Istat, torna a crescere – seppur leggermente – la fiducia di famiglie e imprese dopo mesi di andamento incerto e più di una battuta d’arresto.

I numeri, pur senza essere eclatanti, indicano una tendenza: l’indicatore di fiducia dei consumatori sale da 95,0 a 96,6, mentre quello composito delle imprese passa da 96,1 a 96,5. Un miglioramento graduale, che però va letto con attenzione, settore per settore.

Famiglie più serene sul presente

I consumatori in particolare esprimono generalmente valutazioni migliori, specie su ciò che riguarda la vita quotidiana. Il clima personale cresce in modo deciso, passando da 94,5 a 96,4, mentre quello corrente supera quota 100, salendo da 98,6 a 100,2. Segnali che raccontano famiglie un po’ meno preoccupate del presente.

Migliorano anche le aspettative: il clima futuro sale a 91,6 e quello economico a 97,0. Resta però una certa cautela di fondo. Le valutazioni sulla situazione economica generale del Paese e sull’opportunità di risparmiare continuano ad apparire fragili, come se l’ottimismo fosse ancora con il freno a mano tirato.

Imprese: l’industria ha il fiato corto

Sul fronte delle imprese, il quadro è più articolato. A trainare la fiducia sono i servizi di mercato, dove l’indice balza da 97,8 a 100,0. Qui migliorano tutte le componenti: ordini, aspettative e andamento dell’attività. È il settore che oggi respira meglio.

Stabile, invece, il commercio al dettaglio: l’indice resta poco sotto i livelli record, con vendite giudicate in calo ma aspettative in ripresa e scorte in diminuzione. Un equilibrio delicato, che riflette consumi prudenti ma non fermi.
Più complessa la situazione nell’industria. La manifattura scende a 88,4 e anche le costruzioni arretrano, pur con segnali contrastanti: migliorano gli ordini, ma gli imprenditori temono una riduzione dell’occupazione.

Export e prospettive

Un dato incoraggiante arriva dal fronte internazionale. Nel quarto trimestre del 2025 diminuisce la quota di imprese manifatturiere che segnalano difficoltà nell’export. Un segnale che potrebbe aprire spazi di crescita nei prossimi mesi.

In sintesi, dicembre consegna un Paese che prova a rialzare la testa. La fiducia cresce, ma resta selettiva. Il terreno è ancora fragile, però qualche crepa si sta chiudendo.

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Black Friday: nel 2025 meno tech più beni essenziali (e regali di Natale)

È quanto emerge dalla ricerca condotta dall’Osservatorio Shopping DoveConviene di Shopfully: se fino a qualche anno fa il Black Friday era considerato un’ottima occasione per acquistare il prodotto tech preferito, oggi la situazione è cambiata.

Nato negli Stati Uniti, il Black Friday continua a rappresentare anche in Italia un’occasione di shopping consolidata, con milioni di consumatori pronti ad andare a caccia delle migliori offerte e promozioni. Che però non riguardano più solo i prodotti tech. Il 69% degli italiani, quasi 7 su 10, ammettono di sfruttare il “Venerdì Nero” per acquistare prodotti di uso quotidiano, oppure anche prodotti spesso non indispensabili nell’immediato. E più del 70% degli italiani sfrutterà questo periodo per anticipare l’acquisto dei regali di Natale.

Top shopping per abbigliamento, elettrodomestici e alimentari

Tra le categorie che saranno più ricercate dai consumatori per il Black Friday 2025, spiccano infatti l’abbigliamento (59%), seguito dagli elettrodomestici (46%) e dai beni alimentari (42%).

Di questi segmenti, i prodotti più ricercati sono latte, caffè, olio extravergine di oliva, asciugatrice e lavatrice. Chiudono la graduatoria i prodotti tech e beauty, entrambi al 23%. Quindi, smartphone, smart tv, tinte per capelli, rasoi e asciugacapelli.
Il negozio fisico rimarrà poi il canale di acquisto privilegiato per il 37% degli italiani. Il 41% invece alternerà online e offline, mentre solo il 13% sceglierà esclusivamente di fare acquisti in rete.

Acquisti orientati in base alle promozioni

Per quanto riguarda il budget, dall’indagine emerge che il 52% degli italiani non ha stabilito un importo preciso e orienterà i propri acquisti in base alle promozioni disponibili. Tuttavia, la pianificazione degli acquisti rimarrà un fattore importante per oltre 1 consumatore su 3 (36%), che utilizzerà le piattaforme online per navigare tra le offerte (58%), confrontare i prezzi (32%) e reperire tutte le informazioni sui prodotti (23%).

“Il Black Friday è ormai una ricorrenza di shopping immancabile per gli italiani, che oggi scelgono questo periodo per aggiudicarsi le offerte delle categorie di prodotto più disparate e lo fanno in maniera sempre più omnicanale”, commenta Marco Durante, Global VP Sales & Marketing di Shopfully.

Online o negozio fisico? Brand e retailer devono giocare strategicamente in equilibrio tra in-store e digitale

“Se, infatti, da un lato, una buona fetta di consumatori pianifica gli acquisti online, dall’altro il negozio fisico rimane il punto di riferimento privilegiato per concludere l’acquisto – aggiunge Marco Durante -. Ed è in questo equilibrio tra digitale e in-store che brand e retailer dei più disparati settori merceologici devono giocare strategicamente, costruendo percorsi d’acquisto integrati capaci di rafforzare la relazione con i consumatori in una fase dell’anno ad altissimo valore”.

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Divario di genere: Italia distante dall’Europa, ma il problema non è percepito

Secondo l’undicesimo round della European Social Survey, l’indagine statistica dell’Inapp condotta in 24 Paesi europei, il 58% delle donne e il 43,6% degli uomini italiani ritengono che le prime siano trattate meno equamente in assunzioni, retribuzioni e promozioni.
Nella media europea questa percezione si attesta al 64,1 % della popolazione femminile e al 50% di quella maschile.

In Italia, la percezione cresce all’aumentare del livello di istruzione, ed è più elevata nelle Regioni del Nord. In generale, meno consapevoli sono complessivamente gli uomini, soprattutto under30 e anziani.
Circa le differenze retributive, oltre il 65% delle donne ed il 56% degli uomini europei ritiene molto positivo che donne e uomini ricevano pari retribuzione per lo stesso lavoro. In Italia questa opinione è condivisa da quasi il 60% delle donne e il 50 % degli uomini.

Gender gap sul lavoro e donne caregiver

Rispetto all’ effettiva presenza dei gender gap sul lavoro in Italia, misurati da Eurostat al 43%, il 19,2% degli uomini e il 14,5% delle donne ritiene che tali gap siano solo un fenomeno limitato e sporadico.

Donne e uomini presentano anche notevoli differenze nell’uso del tempo. Nel nostro Paese, a prestare assistenza e cura non retribuita a un familiare, amico o conoscente è circa il 24% della popolazione dai 15 anni in su. In questa quota le donne caregiver sono il 10% in più degli uomini, valore più alto, insieme a Polonia e Slovenia, tra tutti i Paesi europei considerati.

Soddisfazione per la propria vita

Il carico di cura per le donne cresce progressivamente con l’età: si passa dalla generazione sandwich over 40, che gestisce simultaneamente bambini e anziani, alla fascia di passaggio tra la terza e la quarta età (tra 60 e 74 anni), dove gli uomini caregiver sono circa il 18% e le donne caregiver il 38%.

In termini di benessere complessivo, oltre la metà dei Paesi si dichiara “soddisfatto della propria vita”.
In Italia, è il 38,2 % degli uomini e il 34,5% delle donne a essere soddisfatto della propria vita, mentre l’insoddisfazione è prevalentemente femminile e si amplifica con l’avanzare dell’età.

“Componente femminile, principale risorsa per far crescere l’occupazione”

Il Rapporto evidenzia però la distanza tra le reali criticità di genere del nostro Paese e la consapevolezza della loro esistenza da parte della popolazione. 

“La componente femminile, in particolare quando in età da lavoro, rappresenta la principale risorsa strategica per far crescere l’occupazione nel nostro Paese – commenta Natale Forlani, presidente dell’Inapp -. Molte ricerche in materia confermano l’importanza dei servizi di conciliazione tra i carichi lavorativi e quelli familiari, per consentire alle donne di partecipare al mercato del lavoro e per favorire la crescita del comparto dei servizi alle persone, che negli altri Paesi europei attira una quota rilevante di domanda di lavoro qualificato”.

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Estate, gli italiani temono furti e danni in casa

E’ soprattutto il furto a far paura agli italiani in partenza per le vacanze, ma c’è anche chi è in ansia per possibili danni da maltempo o fughe da gas. Perchè i nostri connazionali sono così timorosi? Innanzitutto per i numeri: ogni anno, infatti, vengono registrati oltre 147.000 furti in appartamento – più di 400 al giorno. E la stagione estiva si conferma un periodo ad alto rischio per chi lascia l’abitazione incustodita.

Un’indagine condotta da EGM Different per Facile.it rivela che oltre il 60% degli italiani prova ansia all’idea che la propria casa possa essere visitata dai ladri durante le vacanze.

Gli italiani non hanno ancora scoperto il valore dell’assicurazione  

Così, anche se il timore per la propria casa è reale, solo una piccola parte della popolazione – il 17% – ha stipulato una polizza assicurativa contro i furti domestici. Molti preferiscono contare su accorgimenti pratici: la soluzione più comune è chiedere aiuto a familiari o vicini di casa (43%), incaricati di sorvegliare l’abitazione in assenza dei proprietari.

Poi c’è l’ausilio della tecnologia: il 28% ha installato telecamere di sorveglianza, con un picco del 31% nelle regioni centrali. Alcuni puntano su interventi strutturali come l’installazione di grate alle finestre, adottata dal 13% degli intervistati (16% nel Centro Italia).

Trucchi per non far capire che si è via

Molti italiani tentano di mascherare l’assenza accendendo luci o lasciando la televisione accesa, per simulare una presenza in casa. Si stima che lo facciano circa 3,4 milioni di persone. Altri, seppur in minoranza, assumono vigilanti privati o chiedono ai vicini di svuotare regolarmente la cassetta della posta, per non lasciare indizi evidenti di assenza prolungata. Però circa un quarto della popolazione sceglie di non adottare alcuna precauzione.

Fanno paura anche i saggi da maltempo 

Oltre ai ladri, molti temono i danni causati da eventi atmosferici. Il 29% degli italiani dichiara di essere preoccupato per piogge intense, grandinate o vento forte che potrebbero compromettere la sicurezza della casa. Questo timore sale fino al 39% nel Nord Est. Seguono tra le principali preoccupazioni le perdite d’acqua (22%) e le fughe di gas (18%).

Cinque accorgimenti per partire tranquilli

Per ridurre i rischi prima di partire, gli esperti consigliano di procedere attraverso cinque step. installare serrature affidabili, grate o allarmi per scoraggiare i ladri; riporre oggetti preziosi in luoghi sicuri o poco accessibili; evitare segnali visibili di assenza, come posta non ritirata o luci sempre spente; limitare la condivisione di dettagli del viaggio sui social network; valutare un’assicurazione casa che copra furti, danni da agenti atmosferici e imprevisti.

Sempre meglio prevenire 

Anche adottando tutte le precauzioni possibili, il rischio zero non esiste. Per questo, una copertura assicurativa può rappresentare una valida garanzia contro danni imprevisti. Le polizze casa moderne offrono formule flessibili e accessibili, a partire da circa 13 euro al mese, con possibilità di estendere la copertura anche a furti e calamità naturali.

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Italia seconda in Europa per spesa sociale: oltre 600 miliardi di euro l’anno

Nel 2024 la spesa familiare privata degli italiani per il welfare è stata di circa 138 miliardi di euro, quasi 5.400 euro per ciascun nucleo. Un impegno consistente, che colma il vuoto lasciato in molti settori dall’intervento pubblico. La Penisola è al secondo posto in Europa per la spesa sociale, con circa 620 miliardi di euro nel 2022, pari al 30% del Pil. Ma molto si potrebbe fare per ottimizzare la spesa, soddisfare la domanda crescente dei cittadini e affrontare le sfide che bassi tassi di natalità, allungamento della vita media e aumento degli anziani pongono nel prossimo futuro.

Emerge dal rapporto realizzato da Fondazione per la Sussidiarietà (FpS), ‘Sussidiarietà e… welfare territoriale’.

Povertà e disuguaglianza stanno peggiorando

In Italia il 5% delle famiglie possiede il 46% della ricchezza, mentre quasi il 10% della popolazione è in difficoltà. Particolarmente grave la situazione delle famiglie con persone disabili. Oltre un quarto (28,4%) è a rischio povertà o esclusione sociale.

Negli ultimi tre anni una quota significativa (oltre il 67%) di chi ha richiesto assistenza ha incontrato difficoltà o impossibilità di accesso ai servizi del welfare territoriale.
“Investire sullo stato sociale, sulla sua universalità e inclusività, non è solo un dovere di solidarietà verso i più fragili, ma significa anche costruire società più coese, sistemi più resilienti e una crescita economica più stabile”, sostiene Giorgio Vittadini, Presidente FpS. 

L’attuale sistema di welfare non è ben visto dagli italiani?

“È venuto il momento di rinnovare il patto sociale che ci unisce, con la cultura della sussidiarietà, che è ricerca del bene comune attraverso la messa a sistema del contributo di tutti”, aggiunge Vittadini.
Eppure, solo il 38% dei cittadini promuove le politiche per la lotta alla povertà e al disagio sociale.

Nel nostro Paese le prestazioni pensionistiche (vecchiaia, invalidità e reversibilità) assorbono quasi la metà delle risorse del welfare, mentre alle politiche sociali (famiglie e minori, disabilità e disoccupazione) è destinato meno del 20%.

Una situazione che causa sovrapposizioni, sprechi e inefficienze

Il welfare territoriale in Italia è caratterizzato da un complesso reticolo istituzionale, con competenze distribuite tra Stato, Regioni e Comuni, carenza o assenza di coordinamento e potenziali conflitti.

Il sistema è sbilanciato verso il trasferimento monetario rispetto alla più efficace offerta di servizi. È incentrato sull’offerta di servizi parcellizzati e non sulla presa in carico della persona. Inoltre, il rapporto pubblico-privato sociale è troppo soggetto alle regole di mercato, e manca un sistema di monitoraggio dei bisogni e di valutazione della qualità dei servizi.
Dal Rapporto emerge quindi l’importanza di passare da una visione ‘amministrativa’ dei bisogni a un approccio olistico, che riconosca la complessità e la specificità delle esigenze individuali e comunitarie mettendo al centro la persona.

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Pride 2025: no alla discriminazione, ma il sostegno ai diritti arcobaleno non è più così forte

Emerge dalla IV edizione del Rapporto Ipsos LGBT+ Pride: nonostante si percepisca una generale ‘reazione anti-woke’ permane un ampio sostegno per le tutele legali contro la discriminazione delle persone LGBT+ (lesbiche, gay, bisessuali, transgender). Anche se con variazioni significative tra i 26 Paesi considerati su questioni specifiche.

In particolare, rimane forte il sostegno alle coppie dello stesso sesso al matrimonio e l’adozione di bambini, ma non è più così alto. E si registra anche un indebolimento del sostegno a brand o aziende che promuovono attivamente i diritti LGBT+, che si abbassa in media al 41% in 23 Paesi rispetto al 44% del 2024 e al 49% del 2021.
I livelli più alti si registrano in Thailandia (72%) e sono pari o superiori al 50% anche in Italia. Si scende al 22% in Corea del Sud e al 21% in Turchia.
Viceversa, l’opposizione aumenta al 23%.

Scende il consenso in materia di bagni o passaporti per i transgender

Inoltre, si registra una netta mancanza di consenso su questioni come la presenza di un maggior numero di persone LGBT+ sugli schermi o i diritti dei transgender in materia di passaporti o bagni.

In tutti i Paesi considerati la maggioranza però ritiene che le persone LGBT+ debbano essere protette dalla discriminazione in ambito lavoro o alloggio (Italia 79%).
Tuttavia, quando si tratta di approvare leggi che vietino la discriminazione, si riscontrano ampie variazioni sul sostegno a tali misure: dal 72% in Thailandia (64% Italia) al 29% in Ungheria e 27% in Turchia.

Politiche aziendali “arcobaleno”: in Italia 50% favorevoli

In tutti i Paesi in media il 38% è favorevole a programmi/politiche aziendali che supportino/celebrino esplicitamente i lavoratori LGBT+, mentre il 24% si oppone.
Questo dato rileva l’esistenza di un’alta quota (39%) di neutrali a queste iniziative sul posto di lavoro. In Italia il consenso è molto più alto rispetto alla media (50%),

Quanto al sostegno al matrimonio/riconoscimento tra persone dello stesso sesso diminuisce al 69% in 23 Paesi. In Italia (80%) si rileva un aumento di due punti percentuali rispetto al 2024.
La percentuale media di coloro che pensano che alle coppie dello stesso sesso non dovrebbe essere permesso di sposarsi aumenta leggermente (15% vs 12% 2021), mentre il sostegno ad adottare bambini scende addirittura al 59% (64% 2021).

Ragazze GenZ più liberali dei coetanei

Ancora una volta, le giovani donne sono il gruppo più favorevole a una serie di tutele, diritti e visibilità LGBT+. I giovani ragazzi continuano a discostarsi dalle loro coetanee su diverse questioni, allineandosi maggiormente con gli uomini più adulti.

Ad esempio, mentre il 59% delle ragazze GenZ è favorevole al fatto che le persone LGBT+ possano parlare apertamente del loro orientamento sessuale/identità di genere, il supporto dei GenZ maschi (38%) è in linea con quello degli uomini Millennial (43%) e della GenerazioneX (44%).