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Vivere in Italia nel 2025: per oltre il 70% è una fortuna, ma c’è chi non è soddisfatto

In che modo gli italiani percepiscono la vita nel nostro Paese? Secondo il Rapporto Italia 2025 di Eurispes, ben il 72% degli italiani ritiene che vivere nel nostro Paese sia una vera fortuna, una quota in crescita rispetto al 62,9% registrato nel 2011.

Il sentimento positivo si fonda principalmente su elementi culturali, ambientali e sociali, che ancora oggi alimentano un forte senso di appartenenza e di orgoglio nazionale.

I nostri “lussi”? Paesaggi, cultura e tradizioni

Gli italiani indicano come primo motivo di orgoglio la bellezza dei paesaggi naturali (21,6%), seguita dalla ricchezza artistica e culturale (19,6%). La tradizione gastronomica, con la sua fama mondiale, è al terzo posto (14,8%), mentre la libertà di opinione e di espressione (13,2%) e il clima mite (12%) completano la top five delle ragioni per cui vivere in Italia è considerato un privilegio.

Questi dati confermano quanto l’immaginario collettivo sia ancora profondamente radicato in valori affettivi e culturali, elementi che nonostante le difficoltà economiche restano un punto fermo dell’identità italiana.

Le ragioni del malcontento: economia e lavoro

Dall’altra parte, circa un quarto degli intervistati che vedono la vita in Italia come una sfortuna indicano motivazioni di tipo economico. Le condizioni finanziarie generali (23,2%) e la precarietà nel mercato del lavoro (22,7%) rappresentano gli ostacoli principali che pesano sul giudizio negativo.

L’esodo degli italiani e la voglia di cambiamento

Negli ultimi dieci anni, oltre 1,2 milioni di italiani sono emigrati, secondo i dati dell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE). Nonostante ciò, il 60,5% degli intervistati preferirebbe restare nel Paese, mentre quasi quattro su dieci (39,5%) ammettono che, se potessero, si trasferirebbero all’estero.

Le ragioni che spingono verso un cambio di residenza sono principalmente legate alla ricerca di maggiori opportunità lavorative (29,8%), al minor costo della vita (17,1%) e al desiderio di garantire un futuro migliore ai figli (13,9%).

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Matrimonio: come partecipare senza stress, anche per il portafoglio

Il matrimonio è un momento magico, ma rischia di svuotare il portafoglio. Anche degli invitati. Per aiutare a vivere questi eventi con più leggerezza, anche finanziaria, la banca online N26 ha raccolto 5 consigli pratici per godersi ogni festa senza ansia da conto corrente.

Anzitutto, fare il punto della situazione con un budget ad hoc. Perché organizzare un matrimonio è fondamentale, anche da invitati. Prima di dire ‘sì’ a ogni invito, è bene fare un check della propria situazione economica e valutare quante cerimonie si hanno in agenda.
Stilare un budget aiuterà a capire quanto si può spendere tra abito, viaggio, alloggio e regalo, e decidere con più consapevolezza a quali eventi partecipare.

Pianificare con anticipo anche il dress code

Molti matrimoni richiedono spostamenti, quindi spese aggiuntive. In questi casi, prenotare viaggi e hotel per tempo permette di accedere a prezzi migliori. Anche condividere l’alloggio con altri invitati può essere una buona soluzione. Il risparmio è garantito e anche il divertimento.

La tentazione di comprare un abito nuovo per ogni matrimonio è forte, ma non è sempre necessario. Basta mettere in gioco la creatività, abbinando magari in modo diverso i capi che già si possiedono o usando accessori per rinnovare un look. Oppure, scegliendo una ‘base’ da utilizzare in più occasioni, o ancora, noleggiando l’abito. Sono diversi modi per sfoggiare un look impeccabile senza svuotare il conto.

Un regalo fatto col cuore. Ma non c’è nulla di male a dire “no”

Un altro aspetto da considerare è il regalo. Il consiglio è quello di organizzare regali di gruppo con amici o familiari, in modo da ridurre il costo individuale. I regali artigianali o personalizzati, inoltre, hanno spesso un valore affettivo maggiore e risultano più significativi.

in ogni caso, la stagione dei matrimoni porta con sé anche una serie di eventi collaterali: proposte di matrimonio, addio al celibato/nubilato, cene pre-matrimoniali. È importante ricordare che non è obbligatorio partecipare a tutto. Essere sinceri con gli sposi e rispettare i propri limiti è fondamentale. L’importante è esserci nei momenti che contano e viverli con il sorriso.

La tecnologia aiuta a gestire le spese

Insomma, una buona gestione del budget e la capacità di stabilire le giuste priorità sono alleate preziose per affrontare la stagione dei matrimoni senza mettere a rischio il proprio equilibrio finanziario.

Grazie ai consigli di N26 e a funzionalità intelligenti, come Spaces, che permette di creare budget separati dal conto principale per organizzare le spese, e Regole automatiche, che trasferiscono denaro ai vari ambiti di spesa con la frequenza che si preferisce, gestire il proprio denaro diventa semplice, flessibile e su misura.

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Birra sostenibile: GenZ traina i modelli di consumo più consapevoli

Lo ha scoperto l’indagine condotta da BVA Doxa per il Centro Informazione Birra (CIB) di AssoBirra: se la sostenibilità guida le preferenze di oltre tre consumatori di birra su quattro, coinvolgendo trasversalmente tutte le generazioni, è la GenZ a mostrare una sensibilità superiore rispetto a Millennials e GenX.

Più in particolare, le differenze generazionali indicano i giovani tra 18 e 27 particolarmente attenti a packaging ecologico (43%), salute e sicurezza sul lavoro (24%), mentre i Millennials si concentrano sull’utilizzo di energia pulita (37%), e la GenX pone maggiore enfasi sulla tutela del suolo (56%) e sulla produzione locale e stagionale (47%).
In ogni caso, è GenZ a trainare modelli di consumo più consapevoli.

Agricoltura green e packaging ecologico guidano gli acquisti

Il 40% dei GenZ dichiara di aver consapevolmente acquistato birra da aziende impegnate nella sostenibilità, a fronte del 29% dei Millennials e del 25% della GenX.
In generale, oltre la metà dei consumatori si dice disposta a pagare fino al 10% in più per una birra sostenibile. La GenZ si distingue nuovamente, con il 27% che si spinge a investire anche il 20% in più, confermandosi la generazione che ha maggiormente rivisto le proprie abitudini d’acquisto in chiave green.

Tra i principali driver di scelta spiccano l’agricoltura sostenibile (42%) e il packaging ecologico (37%).
Quest’ultimo tema riscuote particolare attenzione tra i più giovani, mentre la GenX mostra un forte interesse per la provenienza delle materie prime, con un picco del 50% a favore dell’agricoltura sostenibile.

Social media canale d’informazione primario

In crescita anche la sensibilità verso l’uso di energia rinnovabile, come quella solare o eolica, indicata dal 32% della GenZ come fattore rilevante nella scelta del prodotto.
I social media si confermano poi il canale d’informazione preferito (75%) per conoscere le iniziative sostenibili dei brand di birra, superando la televisione (56%) tra le fonti di riferimento per tutte le fasce generazionali.

I consumatori di tutte le generazioni concordano inoltre sull’importanza che le aziende produttrici di birra adottino pratiche sostenibili e siano in grado di comunicarle in modo trasparente ed efficace.
Tra tutte, la GenX risulta la più sensibile a questo tema. Il 41% considera infatti fondamentale l’impegno concreto delle aziende (33% GenZ, 27% Millennials).

Il 65% non sa cos’è il greenwashing

Nel complesso, il 77% dei consumatori ritiene credibile che un’azienda birraria possa adottare pratiche sostenibili.
Tuttavia, solo il 59% percepisce un’effettiva coerenza tra queste azioni e l’immagine che il brand comunica.
Su questo fronte, i Millennials si dimostrano i più fiduciosi (67%), mentre la GenZ appare più scettica, con solo il 52% che riconosce un allineamento tra valori dichiarati e comportamenti reali.

Nonostante la crescente attenzione alla sostenibilità, il 65% degli intervistati non conosce il significato dei termini ‘greenwashing’ o ‘ecologismo di facciata’. La GenZ si conferma la più informata: il 44% ne ha già sentito parlare, ma solo il 58% è in grado di definire questi termini correttamente.

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Prestiti alle famiglie: nel 2025 riparte la domanda

Dopo un 2024 sottotono, il primo trimestre del 2025 segna una ripresa nella domanda di prestiti da parte delle famiglie italiane.

Lo certifica l’aggiornamento del Barometro CRIF, basato sui dati EURISC, il sistema di informazioni creditizie gestito da CRIF.

Una segnale di fiducia: +3% di richieste rispetto all’anno precedente

Nel periodo gennaio-marzo 2025 si registra un aumento del 3% delle richieste di prestito rispetto allo stesso trimestre del 2024. In parallelo, cresce anche l’importo medio domandato, che raggiunge 10.161 euro, segnando un +8,3% su base annua.

Si tratta della cifra più alta degli ultimi dieci anni: nel 2015 l’importo medio era infatti di 7.724 euro. L’incremento è attribuibile in buona parte all’effetto dell’inflazione, che spinge verso richieste di credito più consistenti.

Prestiti personali in aumento, frenano quelli finalizzati

Entrando nel dettaglio, i prestiti personali volano, con un +15,9% di richieste rispetto al 2024. Al contrario, i finanziamenti finalizzati – come quelli per l’acquisto di beni specifici – segnano una flessione dell’8,6%.
Anche gli importi richiesti mostrano andamenti differenti: per i prestiti finalizzati si registra un aumento del 9,6%, con una media di 7.518 euro, mentre i prestiti personali crescono più lentamente (+2,4%), attestandosi su 12.495 euro in media.

Simone Capecchi, Executive Director di CRIF, commenta: “La ripresa è incoraggiante, favorita dalle politiche monetarie più accomodanti della BCE. Tuttavia, si osserva una maggiore attenzione alla sostenibilità del debito: quasi la metà delle richieste riguarda infatti importi inferiori a 5.000 euro”.

Pagamenti dilazionati e piccoli prestiti: cambia il comportamento dei consumatori

Il 45,1% delle richieste riguarda somme sotto i 5.000 euro. Inoltre, cresce il ricorso a formule di pagamento flessibili come il “Buy Now, Pay Later”, utilizzato anche per importi molto contenuti: il 61% dei prestiti è infatti compreso tra 0 e 150 euro.

Anche la durata dei piani di rimborso si allunga: il 33,1% dei finanziamenti prevede un’estensione superiore ai 5 anni.

I 45-54enni guidano la domanda di credito

La fascia d’età più attiva nella richiesta di prestiti è quella tra i 45 e i 54 anni, che rappresenta il 23,3% delle domande.

Seguono i 35-44enni con il 20,5%, confermando come siano le generazioni adulte a trainare la ripresa del credito.

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Occupazione femminile, lavoro giovanile e differenze territoriali nel 2024

Una pubblicazione, a cadenza trimestrale, che segna l’inizio di un percorso che consentirà al Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) di valorizzare alcuni dati rilevanti per il mondo del lavoro, come occupati, disoccupati, inattivi. È il primo numero del Bollettino sul Mercato del Lavoro, svolto in collaborazione con l’Istat, che consentirà al CNEL di evidenziare aspetti peculiari connessi alla propria attività istituzionale. 

Questo primo numero è dedicato ai dati annuali del 2024, con un focus su tre tematiche centrali: l’occupazione femminile, il lavoro giovanile e le differenze territoriali.
L’obiettivo è favorire la diffusione e la conoscibilità dei risultati delle politiche sul lavoro.

In calo le donne disoccupate

L’iniziativa vede la collaborazione di due Enti pubblici, appartenenti al Sistema Statistico Nazionale (SISTAN), per la implementazione e la promozione della ‘cultura del dato al fine di condividere la conoscenza di informazioni strategiche per la vita del Paese, 

Tra i dati più rilevanti emerge che nel 2024 il numero complessivo degli occupati ha raggiunto 23 milioni e 932 mila unità, con un incremento di 352 mila persone rispetto al 2023.
Il tasso di disoccupazione è in calo, in particolare per le donne. Questo andamento positivo lascia inalterata la differenza di genere nei tassi di occupazione, che nelle donne italiane è pari a -16,8% rispetto agli uomini, mentre per le donne straniere sale a -26,5%.

Favorire conciliazione tra vita/lavoro e parità retributiva 

Sebbene il conseguimento di un titolo di studio terziario aiuti l’inserimento delle donne laureate nel mondo del lavoro (-6,9% rispetto agli uomini laureati), si sottolinea l’urgenza di implementare politiche che promuovano la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, favorendo la conciliazione delle esigenze di vita e di lavoro e una effettiva parità delle retribuzioni. 

L’analisi territoriale conferma la disparità tra le diverse aree del Paese, il Mezzogiorno, anche se con un dato annuale positivo (+1,1%) presenta in alcune regioni i tassi di occupazione più bassi dell’Unione Europea.

Giovani NEET in diminuzione. Ma sono comunque troppi

Quanto alle forme contrattuali, il lavoro dipendente rimane il più diffuso, con una quota di part-time che supera il 28% per le donne, rispetto al 7% degli uomini.
Il contratto a tempo indeterminato rappresenta oltre l’86% del lavoro dipendente maschile, con uno scarto positivo di poco meno di 3 punti percentuali in tutte le ripartizioni a eccezione del Mezzogiorno, dove raggiunge il 4,3%. 

Evidenze positive, ma non risolutive in tema di NEET, i giovani in età 15-29 anni che non studiano, non lavorano e non partecipano ad attività di formazione. Il numero complessivo rimane elevato (nel 2024 sono 1,34 milioni) seppure in decisa diminuzione (-4,8% rispetto al 2023).
Per il 33,9% dei giovani che non ha cercato attivamente un lavoro o non è disponibile a iniziarne uno, una più efficace azione delle politiche attive potrebbe portare a risultati positivi per l’inserimento nel mercato del lavoro. 

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Gli italiani e l’automobile: un rapporto di indipendenza

L’automobile si conferma uno strumento di indipendenza fondamentale per gli italiani, tanto che l’88% apprezza la libertà che il proprio veicolo garantisce, specialmente per i viaggi fuori città.
L’importanza dell’auto nella vita quotidiana degli italiani è evidenziata dal fatto che il 44% ritiene che rinunciare all’auto peggiorerebbe significativamente la propria qualità di vita, mentre per un altro 29% la peggiorerebbe, ma in misura minore.

Sono alcuni risultati de L’auto che vorrei’, il nuovo osservatorio di Ipsos in collaborazione con Fleet&Mobility (centro studi specializzato nell’analisi e nell’interpretazioni di dati e fenomeni del settore automotive), che ha l’obiettivo di offrire una panoramica sugli automobilisti italiani e sulle attuali dinamiche del settore automotive.

Viaggiare comodi e protetti nonostante traffico e parcheggi

Lo studio indaga quali spese, non soltanto quelle collegate all’automobile, le famiglie italiane devono affrontare, e quale priorità viene assegnata all’auto. Inoltre, esamina anche l’impatto delle esperienze d’uso sulle decisioni di acquisto.
E i risultati rivelano che per l’82% degli automobilisti ‘usare l’auto è piacevole’, mentre il 77% del campione rappresentativo dei possessori di automobili afferma che utilizzare l’auto li fa sentire comodi e protetti, nonostante le problematiche legate al traffico e ai parcheggi.

In ambito urbano, il 47% dichiara di non utilizzare altri mezzi se non la propria auto e il 77% non considera l’opzione di rinunciare all’auto di proprietà per alternative più costose come il taxi. Tanto che il 59% non gradirebbe ulteriori limitazioni all’uso della propria auto.

Una cinese? In futuro perché no

Il parco auto si rinnova con una media di 9 anni tra i cambi dei veicoli: gli intervistati guidano auto acquistate mediamente nel 2018, in sostituzione di veicoli del 2009. Inoltre, il 22% considera probabile l’acquisto di un’auto cinese in futuro. Cresce infatti l’interesse per motorizzazioni alternative (38%) e brand cinesi (22%).

Il noleggio a lungo termine risulta invece ancora poco diffuso, sia per il forte attaccamento alla proprietà dell’auto, sia per le perplessità riguardo la convenienza economica, anche se l’interesse (8%) per questa formula cresce lentamente.
Altre tendenze di mercato rivelano che per il 23% delle famiglie italiane l’auto resta una priorità di spesa, e per l’acquisto restano criteri fondamentali la reputazione del brand (82%) e la capillarità dell’assistenza (86%).

Una guida per le strategie degli operatori del settore

L’Osservatorio ‘L’auto che vorrei’ offre una panoramica ricca di insights per guidare le strategie degli operatori del settore automobilistico, proponendosi come una lente d’ingrandimento sugli automobilisti italiani. Lo studio analizza infatti la loro situazione economica e le principali spese previste, l’esperienza con l’auto attuale, la correlazione tra questi dati e le statistiche di mercato (nuovo, noleggio, usato).

Con tre edizioni annuali, ogni numero può includere anche un approfondimento su un tema di attualità. I sottoscrittori ricevono non solo il report completo, ma partecipano anche a una sessione online di condivisione dei risultati, favorendo una fruizione dinamica e ‘cross industry’.

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Instagram introduce il pulsante “Non mi piace” per i commenti

Instagram ha annunciato un’importante novità che potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui gli utenti interagiscono con i contenuti della piattaforma. Adam Mosseri, Head of Instagram, ha condiviso la notizia attraverso un post su Threads, rivelando l’introduzione di un nuovo pulsante “Non mi piace” dedicato ai commenti.

Questa funzionalità, riferisce Adnkronos, consentirà agli utenti di segnalare in modo anonimo i commenti che ritengono offensivi, inappropriati o semplicemente non graditi. L’obiettivo principale è quello di offrire un maggiore controllo sull’esperienza social, riducendo la visibilità di interazioni negative e favorendo un ambiente più positivo e rispettoso.

Un meccanismo di segnalazione anonimo

La nuova funzione prevede che gli utenti possano esprimere il proprio disaccordo con un commento senza che il numero complessivo di “Non mi piace” sia visibile pubblicamente. Inoltre, l’identità di chi utilizza questa opzione rimarrà segreta, garantendo un’esperienza sicura e priva di ripercussioni.

Mosseri ha spiegato che i dati raccolti attraverso questa funzionalità potrebbero essere utilizzati per riorganizzare l’ordine dei commenti. In particolare, quelli che ricevono un elevato numero di segnalazioni potrebbero essere spostati più in basso nella sezione commenti, limitandone la visibilità. In questo modo, Instagram punta a dare maggiore rilievo alle conversazioni costruttive, diminuendo l’impatto di commenti offensivi o irrilevanti.

Test in corso su un campione di utenti  

Attualmente, il pulsante “Non mi piace” è in fase di test su un gruppo ristretto di utenti. Mosseri ha chiarito che si tratta di una sperimentazione iniziale e che, a seconda dei risultati ottenuti, la funzione potrebbe essere affinata prima di un eventuale rilascio globale.

“Stiamo conducendo una prova per un nuovo pulsante accanto ai commenti su Instagram. Questa opzione offrirà agli utenti un metodo discreto per esprimere il proprio disagio rispetto a specifici commenti. Al momento, il numero di segnalazioni non sarà visibile e l’identità di chi utilizza il pulsante rimarrà anonima. In futuro, potremmo considerare l’uso di questi feedback per modificare la disposizione dei commenti, relegando quelli meno apprezzati in posizioni meno evidenti. Il nostro obiettivo è quello di creare un ambiente più positivo e accogliente”, ha spiegato Mosseri.

Questa iniziativa si inserisce in un percorso più ampio che Instagram sta portando avanti per rendere la piattaforma un luogo più sicuro e inclusivo, incentivando interazioni rispettose e costruttive tra gli utenti.

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Viaggi oltremanica: a Londra inizia l’epoca degli ingressi con permesso

Novità per chi viaggia Oltremanica: il Governo britannico sta gradualmente introducendo l’Electronic Travel Authorisation (ETA).
L’ETA non è un visto, ma un’autorizzazione (elettronica) a viaggiare verso la Gran Bretagna, riservata agli stranieri esentati dall’obbligo di visto.

Per i cittadini extra-UE l’obbligo è a partire dall’8 gennaio 2025, con apertura della possibilità di fare domanda dal 27 novembre 2024. In, sostanza dall’8 gennaio a cittadini americani, israeliani o giapponesi è richiesta l’ETA.
Quanto ai cittadini dei Paesi UE, Italia inclusa, potranno richiedere un’ETA a partire dal 5 marzo 2025, e potranno viaggiare nel Regno Unito con tale autorizzazione dal 2 aprile 2025.

La domanda per un’ETA si fa con l’app

Per richiedere l’ETA serve il passaporto con cui si viaggia (non una fotocopia o un passaporto digitale), un indirizzo email, una carta di credito o una carta di debito o Apple Pay o Google Pay.
Il modo più veloce per presentare domanda è tramite l’app gratuita UK ETA, scaricabile da Apple Store o Google Play.

Segno dei tempi, l’app oggi risulta al quarto posto nel rank ‘Top Free Apps’ di iPhone, pur non potendo vantare una valutazione ottimale da parte degli utenti.
Esiste comunque anche una guida all’uso dell’app. Si tratta di una pagina internet sul sito del governo britannico, all’indirizzo gov.uk/guidance/using-the-uk-eta-app.

Quanto costa e a cosa serve?

L’ETA è utile per una visita della durata fino a 6 mesi e costa 10 sterline. La possibilità di presentare domanda dipende dalla data del viaggio e dalla nazionalità sul passaporto, riporta Askanews.

Secondo il sito ‘Welcome to GOV.UK’ (www.gov.uk) l’ETA non va bene per svolgere un lavoro retribuito, o non retribuito, per un’azienda del Regno Unito o per lavoratori autonomi, salvo eccezioni (Creative Worker visa concession). Ma anche per vivere nel Regno Unito con visite frequenti o successive, oppure per sposarsi o registrare un’unione civile. Anche per dare comunicazione di matrimonio o unione civile sarà necessario richiedere un visto ad hoc (Marriage Visitor visa).

Chi non ne ha bisogno?

Inoltre, non ha bisogno di un’ETA chi ha un visto o il permesso di vivere, lavorare o studiare nel Regno Unito, incluso chi possiede lo status di residente permanente o provvisorio o il diritto di residenza; chi è un cittadino britannico o irlandese, chi sta viaggiando con un passaporto di cittadino dei territori britannici d’oltremare, e chi vive in Irlanda e viaggia da Irlanda, Guernsey, Jersey o dall’Isola di Man.

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Micro-aggressioni verbali: quando sul posto di lavoro si scatena l’ostilità

Non sempre i cattivi comportamenti sui luoghi professionali (e non solo) sono fatti di grandi gesti. Anzi. Esistono anche le micro-aggressioni, che sono comportamenti, espressioni o atteggiamenti che veicolano messaggi ostili, spesso in modo implicito o sottile.

Pur non apparendo apertamente come attacchi, queste forme di aggressione verbale possono generare frustrazione e senso di impotenza in chi le subisce e in chi vi assiste. Nonostante ciò, chi le mette in atto tende a minimizzarle con frasi come: “era solo uno scherzo!”.

I dati sulla diffusione del fenomeno

Un’indagine condotta da Nespresso, che ha coinvolto la community professionale di LinkedIn esterna all’azienda, evidenzia la portata del fenomeno. Il 62% dei partecipanti ha dichiarato di essere stato vittima di micro-aggressioni, mentre il 70% ha assistito a episodi di questo tipo almeno una volta. Le micro-aggressioni si manifestano attraverso commenti o allusioni, spesso legati a genere (41% dei casi, sessismo), età (18%, ageismo) e aspetto fisico (15%, body shaming).

Nonostante la loro diffusione, queste discriminazioni sono raramente riconosciute come tali: l’80% degli intervistati ritiene che la mancanza di consapevolezza nei luoghi di lavoro impedisca una corretta classificazione del problema. Tuttavia, l’impatto emotivo è significativo, generando disagio e rabbia in oltre il 25% delle persone coinvolte.

Servono consapevolezza e formazione

Simona Liguoro, direttrice HR di Nespresso Italiana, ha sottolineato l’importanza di affrontare le discriminazioni, inclusi i fenomeni legati alle micro-aggressioni verbali. “È fondamentale lavorare sulla cultura del rispetto e dell’inclusione, definendo confini chiari per evitare che questi comportamenti vengano sottovalutati,” ha affermato.

L’indagine, condotta con il supporto di Chiara Bisconti, esperta in risorse umane e tematiche di diversità e inclusione, e Valentina Dolciotti, formatrice e fondatrice di DiverCity magazine, punta a sensibilizzare le aziende e tracciare un percorso di intervento. Tra gli strumenti suggeriti ci sono la creazione di un glossario per riconoscere le micro-aggressioni e la promozione di iniziative formative.

Le aziende dovrebbero essere comunità basate sul rispetto

Secondo Chiara Bisconti, affrontare il problema richiede l’attivazione di pratiche come la formazione e l’ascolto, oltre a incentivare il dialogo interno. “Le aziende devono diventare comunità di persone che si supportano e collaborano, promuovendo il rispetto reciproco,” ha dichiarato. La consapevolezza e l’impegno condiviso possono trasformare i luoghi di lavoro in ambienti inclusivi e rispettosi.

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Perchè in Italia aumenta il consumo di prodotti vegetali?

Oggi, i prodotti a base vegetale sono sempre più presenti nella dieta degli italiani, con una crescente diffusione tra le famiglie. Secondi piatti, bevande, yogurt e dessert a base vegetale sono diventati un’abitudine alimentare consolidata, utilizzati non solo da vegani e vegetariani, ma anche da famiglie che scelgono questi prodotti per rendere la loro alimentazione più varia ed equilibrata.

Cresce il numero di consumatori “veg”

Secondo un’indagine condotta dall’Istituto NielsenIQ per il Gruppo Prodotti a base vegetale di Unione Italiana Food, circa 17,7 milioni di famiglie italiane (il 69% del totale) consumano prodotti vegetali. Di queste, più della metà (il 47%) li acquista regolarmente.

I consumatori non si limitano a sostituire i prodotti animali, ma li integrano nella loro dieta: il 66% delle famiglie acquista infatti questi prodotti “in alternativa” a quelli a base di proteine animali, senza rinunciare ai cibi tradizionali.

Gli alimenti preferiti

Tra i vari tipi di prodotti vegetali, riporta Askanews, i “secondi vegetali” come burger, affettati vegetali e sostituti dei formaggi sono i più diffusi, consumati da 13 milioni di famiglie (51%) che li acquistano con una frequenza settimanale. Le bevande vegetali, invece, sono apprezzate da 10,7 milioni di famiglie (42%) e vengono consumate 2-3 volte a settimana. Meno diffusi sono invece i dessert e gelati vegetali, scelti da circa 3,4 milioni di famiglie (13%).

Yogurt vegetale: una scelta che piace alle ragazze

Anche le alternative vegetali allo yogurt sono in crescita, con 4,3 milioni di famiglie (17% del totale) che le consumano, con una frequenza media di più di una volta alla settimana. Si nota anche una leggera predominanza femminile: il 54% delle consumatrici sono donne, contro il 46% di uomini.

Un cambiamento consapevole e culturale

L’analisi evidenzia come la scelta di questi prodotti non sia solo una moda, ma un comportamento alimentare consapevole. I consumatori sono attratti dalla versatilità, dalla qualità e dalla facilità di preparazione di questi prodotti. Secondo Sonia Malaspina, presidente del Gruppo Prodotti a base vegetale, questa crescita risponde alla domanda di un mercato sempre più attento alla salute, al benessere e alla sostenibilità.

Inoltre, molti dei piatti vegetali più apprezzati, come le polpette di melanzane o le bevande di mandorla, sono già radicati nella tradizione culinaria italiana.