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Il risparmio degli italiani: meno liquidità, più investimenti e molta prudenza

Il risparmio in Italia si sta trasformando. Dopo anni in cui la liquidità rappresentava una garanzia di sicurezza, oggi quasi 7 italiani su 10 (70,2%) non considerano più il denaro sul conto corrente come un rifugio sicuro. La causa principale? L’inflazione degli ultimi anni, che ha eroso il potere d’acquisto e spinto molti risparmiatori a rivedere le proprie strategie finanziarie.

Secondo il rapporto “Pragmatismo e progresso, la buona esperienza italiana”, curato dal Censis in collaborazione con Assogestioni e presentato al Salone del Risparmio di Milano, l’84,5% degli italiani dispone di risparmi o è in grado di accumularli.
Si registra inoltre un aumento della propensione all’investimento: oltre il 54% cerca di mantenere solo il minimo indispensabile in contanti, destinando il resto a forme di investimento, seppur con grande cautela.

Cresce l’interesse per investimenti a lungo termine

Sempre più italiani guardano al futuro. La quota di chi è disposto a vincolare i propri capitali per almeno cinque anni è salita al 60% nel 2025, rispetto al 47,9% del 2022. L’88,1% dei risparmiatori afferma però di muoversi con estrema attenzione, influenzato da un clima di incertezza economica e finanziaria.

Il risparmio come strumento per realizzare progetti di vita

Oggi il risparmio non è solo una forma di protezione: l’82,8% degli italiani lo considera un mezzo per realizzare obiettivi personali, come l’acquisto della casa o la pianificazione della vecchiaia. Il 79,5% lo destina proprio a questo scopo, mentre il 64,8% lo impiega per finanziare grandi acquisti.

ESG: aumenta l’appeal degli investimenti sostenibili

Nonostante alcune incertezze globali sul tema ambientale, gli investimenti ESG (ambientali, sociali e di governance) registrano una crescita costante: il 63,3% degli italiani li prenderebbe in considerazione (erano il 52,5% nel 2021) e quasi un quarto (22,8%) li sceglie come prima opzione.

Occhio alle truffe

Sempre più persone cadono nel mirino delle truffe finanziarie online: il 47,8% ha ricevuto proposte ingannevoli legate al trading, mentre oltre la metà (51,9%) ha subito tentativi di phishing tramite email o messaggi social.
Il 59,5% ha visualizzato pubblicità fuorvianti di piattaforme che promettono guadagni facili.

Il valore aggiunto della consulenza 

Per affrontare il mercato, molti italiani si affidano a professionisti: il 29,2% investe tramite un consulente finanziario, costruendo rapporti duraturi basati sulla fiducia.
Per quasi il 32%, la presenza di un esperto è condizione essenziale per accedere a strumenti complessi come il trading online.

Serve una vera educazione finanziaria:

Il 58,8% dei risparmiatori è disposto a migliorare le proprie competenze economiche, soprattutto tra i giovani e gli adulti. Anche tra chi non ha interesse diretto nell’apprendimento, il 68,6% si affiderebbe comunque a un esperto per gestire i propri soldi.

Pragmatismo contro le illusioni

Gli italiani diventano sempre più selettivi: l’81,9% si mostra diffidente verso conti deposito con rendimenti troppo elevati, e il 79% rifiuta promesse di guadagni rapidi da app di trading o criptovalute.

Come sottolinea Fabio Galli, Direttore Generale di Assogestioni, “capire le dinamiche che guidano il risparmio delle famiglie è essenziale per costruire un futuro solido e sicuro. La gestione professionale resta centrale per trasformare i sogni in realtà concrete”.

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Efficienza energetica: per centrare i target 2030 servono 16,2 miliardi all’anno

Emerge dallo studio AGICI ‘Efficienza e Transizione Energetica – Competitività di modelli integrati’ : per centrare gli obiettivi della Direttiva EPBD al 2030 complessivamente servono 16,2 miliardi di euro di investimenti annui.
Più in dettaglio, il fabbisogno di investimenti stimato per il settore residenziale è pari a 13 miliardi di euro all’anno (78 miliardi in sei anni), per la realizzazione di interventi integrati, che combinano almeno un intervento edile e la sostituzione dell’impianto termico, per un totale di 2,2 milioni di interventi in sei anni.

Per quanto riguarda gli edifici pubblici, il fabbisogno risulta di 2,5 miliardi all’anno (15 miliardi in sei anni). Riguardo il settore delle imprese, la stima sul fabbisogno di investimenti è compresa tra 2,6 e 5,4 miliardi entro il 2030, ovvero, 0,7 miliardi ogni anno. 

Gli incentivi non bastano ad attrarre gli investimenti privati necessari

In questo contesto, AGICI evidenzia come gli incentivi esistenti non siano sufficienti a stimolare gli investimenti privati necessari. A ciò si aggiunge la crescente difficoltà delle finanze pubbliche di farsi carico delle spese richieste dalla transizione energetica.
Per rispondere a tali esigenze, lo studio sottolinea dunque l’urgenza di un quadro di supporto pubblico più chiaro e stabile, capace di coinvolgere in modo efficace il settore della finanza privata, tra cui banche di sviluppo, fondi di private equity e istituti bancari.

Le logiche di gestione dell’energia stanno cambiando radicalmente. In questo quadro di crescente complessità, gli operatori dell’efficienza energetica agiscono sempre più come system integrator capaci di prestare servizi ampi e diversificati in ottica di una gestione olistica dell’approvvigionamento. 

Cresce il fatturato delle imprese del comparto

Si tratta di un’evoluzione testimoniata dai risultati economici: negli ultimi 10 anni, i fatturati aggregati delle aziende del comparto sono aumentati del 62%, passando dai 7,6 miliardi di euro nel 2014 a 12,2 miliardi nel 2023.

Dallo studio emerge che per il settore residenziale unifamiliare, la combinazione integrata di isolamento termico, fotovoltaico, pompa di calore e accumulo (batteria) consente, sul singolo edificio, una riduzione delle emissioni fino al 94%.
Per il modello basato su condomini, il report indica l’integrazione tra coibentazione dell’involucro e teleriscaldamento come la soluzione più efficace, in grado di ridurre l’89% delle emissioni.

Integrare interventi di EE e fonti di energia rinnovabile

Le tecnologie integrate risultano le soluzioni migliori anche per il modello degli edifici pubblici, tra cui scuole e ospedali, pur riscontrando riduzioni delle emissioni più modeste rispetto ai casi precedenti, legate principalmente a vincoli nella capacità di spesa delle amministrazioni locali.

Per il settore dell’industria, secondo il modello individuato da AGICI, l’integrazione tra interventi di efficienza energetica (EE) e fonti di energia rinnovabile permetterebbe un abbattimento del 54% delle emissioni.

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Occupazione femminile, lavoro giovanile e differenze territoriali nel 2024

Una pubblicazione, a cadenza trimestrale, che segna l’inizio di un percorso che consentirà al Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL) di valorizzare alcuni dati rilevanti per il mondo del lavoro, come occupati, disoccupati, inattivi. È il primo numero del Bollettino sul Mercato del Lavoro, svolto in collaborazione con l’Istat, che consentirà al CNEL di evidenziare aspetti peculiari connessi alla propria attività istituzionale. 

Questo primo numero è dedicato ai dati annuali del 2024, con un focus su tre tematiche centrali: l’occupazione femminile, il lavoro giovanile e le differenze territoriali.
L’obiettivo è favorire la diffusione e la conoscibilità dei risultati delle politiche sul lavoro.

In calo le donne disoccupate

L’iniziativa vede la collaborazione di due Enti pubblici, appartenenti al Sistema Statistico Nazionale (SISTAN), per la implementazione e la promozione della ‘cultura del dato al fine di condividere la conoscenza di informazioni strategiche per la vita del Paese, 

Tra i dati più rilevanti emerge che nel 2024 il numero complessivo degli occupati ha raggiunto 23 milioni e 932 mila unità, con un incremento di 352 mila persone rispetto al 2023.
Il tasso di disoccupazione è in calo, in particolare per le donne. Questo andamento positivo lascia inalterata la differenza di genere nei tassi di occupazione, che nelle donne italiane è pari a -16,8% rispetto agli uomini, mentre per le donne straniere sale a -26,5%.

Favorire conciliazione tra vita/lavoro e parità retributiva 

Sebbene il conseguimento di un titolo di studio terziario aiuti l’inserimento delle donne laureate nel mondo del lavoro (-6,9% rispetto agli uomini laureati), si sottolinea l’urgenza di implementare politiche che promuovano la partecipazione delle donne al mercato del lavoro, favorendo la conciliazione delle esigenze di vita e di lavoro e una effettiva parità delle retribuzioni. 

L’analisi territoriale conferma la disparità tra le diverse aree del Paese, il Mezzogiorno, anche se con un dato annuale positivo (+1,1%) presenta in alcune regioni i tassi di occupazione più bassi dell’Unione Europea.

Giovani NEET in diminuzione. Ma sono comunque troppi

Quanto alle forme contrattuali, il lavoro dipendente rimane il più diffuso, con una quota di part-time che supera il 28% per le donne, rispetto al 7% degli uomini.
Il contratto a tempo indeterminato rappresenta oltre l’86% del lavoro dipendente maschile, con uno scarto positivo di poco meno di 3 punti percentuali in tutte le ripartizioni a eccezione del Mezzogiorno, dove raggiunge il 4,3%. 

Evidenze positive, ma non risolutive in tema di NEET, i giovani in età 15-29 anni che non studiano, non lavorano e non partecipano ad attività di formazione. Il numero complessivo rimane elevato (nel 2024 sono 1,34 milioni) seppure in decisa diminuzione (-4,8% rispetto al 2023).
Per il 33,9% dei giovani che non ha cercato attivamente un lavoro o non è disponibile a iniziarne uno, una più efficace azione delle politiche attive potrebbe portare a risultati positivi per l’inserimento nel mercato del lavoro. 

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ChatGpt è 5° tra i siti web più visitati in tutto il mondo

A febbraio 2025 l’1,86% di tutto il traffico su Internet è indirizzato su ChatGPT. Da gennaio 2025 a febbraio 2025 l’incremento del chatbot di OpenAI è pari a +1,44%, mentre anno su anno la crescita è del 137%.
Ma se ChatGpt ha scalato le vette del panorama digitale, emergendo come uno dei siti più visitati, al primo posto dei siti più visitati da smartphone si piazza Google, che precede YouTube (2°), Facebook (3°), Instagram (4°), X (5°) e WhatsApp (6°).

Di fatto, stando ai più recenti numeri degli analisti della digital data company Similarweb, ChatGpt è la quinta piattaforma al mondo per traffico ‘da computer’, e settima considerando anche il traffico mobile, per un totale di 3,905 miliardi di visite al mese.

A febbraio il traffico diretto ha generato il 76,37% delle visite desktop

Ma chi sono gli utilizzatori di ChtGPT? La composizione dell’audience di ChatGpt è composta per il 54,41% da uomini e per il 45,59% da donne, mentre la fascia d’età più numerosa è quella compresa tra i 25 e i 34 anni.
I temi principali delle richieste? Riguardano videogiochi e accessori tecnologici.

“La principale fonte di traffico per chatgpt.com è quello diretto, che ha generato il 76,37% delle visite desktop il mese scorso – spiegano da Similarweb -. Il sito ottiene la maggior parte del suo traffico sui social media da YouTube, seguito da WhatsApp e Facebook. Coinvolgere il pubblico tramite Linkedin potrebbe essere la prossima mossa”, riporta Ansa.

Il chatbot cresce ma si avvia verso una fase di stabilizzazione

Se a febbraio 2025 ChatGPT ha registrato il nuovo record di oltre 3,900 miliardi di visite a bene vedere si tratta di solo l’1,44% in più rispetto a gennaio.
Inoltre, sebbene le visite siano aumentate del 137% rispetto a febbraio 2024, l’andamento fa pensare che la piattaforma si avvia verso una fase di stabilizzazione.

Eppure, nonostante la mole di utenti, il chatbot genera un flusso di traffico in uscita irrisorio. Negli Stati Uniti, negli ultimi sei mesi, Reuters ha ricevuto solo 50.900 referral da ChatGPT, il massimo tra tutti i fornitori di notizie, il New York Post 42.800 e il New York Times 31.600.
Questi dati rivelano uno schema inquietante. ChatGPT è uno dei siti più visitati di Internet, ma pochissimi utenti cliccano sulle fonti citate.

Gli utenti non verificano le fonti, aumenta il rischio disinformazione

OpenAI ha stretto diverse partnership con i media per migliorare la provenienza delle informazioni. Eppure gli utenti raramente consultano i contenuti originali. Uno studio recente ha scoperto che il 96% degli utilizzatori dei chatbot AI non clicca mai sui link delle fonti.

In pratica, riferisce PuntoInformatico, gli utenti non verificano informazioni potenzialmente errate. Servizi come la ricerca ChatGPT e la nuova ricerca AI di Google rischiano di minare il tradizionale ecosistema web.
Insomma, ChatGPT è diventato uno dei siti più visitati al mondo, ma sta anche contribuendo a trasformare il web in un luogo dove le fonti originali contano sempre meno.

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Gli italiani e l’automobile: un rapporto di indipendenza

L’automobile si conferma uno strumento di indipendenza fondamentale per gli italiani, tanto che l’88% apprezza la libertà che il proprio veicolo garantisce, specialmente per i viaggi fuori città.
L’importanza dell’auto nella vita quotidiana degli italiani è evidenziata dal fatto che il 44% ritiene che rinunciare all’auto peggiorerebbe significativamente la propria qualità di vita, mentre per un altro 29% la peggiorerebbe, ma in misura minore.

Sono alcuni risultati de L’auto che vorrei’, il nuovo osservatorio di Ipsos in collaborazione con Fleet&Mobility (centro studi specializzato nell’analisi e nell’interpretazioni di dati e fenomeni del settore automotive), che ha l’obiettivo di offrire una panoramica sugli automobilisti italiani e sulle attuali dinamiche del settore automotive.

Viaggiare comodi e protetti nonostante traffico e parcheggi

Lo studio indaga quali spese, non soltanto quelle collegate all’automobile, le famiglie italiane devono affrontare, e quale priorità viene assegnata all’auto. Inoltre, esamina anche l’impatto delle esperienze d’uso sulle decisioni di acquisto.
E i risultati rivelano che per l’82% degli automobilisti ‘usare l’auto è piacevole’, mentre il 77% del campione rappresentativo dei possessori di automobili afferma che utilizzare l’auto li fa sentire comodi e protetti, nonostante le problematiche legate al traffico e ai parcheggi.

In ambito urbano, il 47% dichiara di non utilizzare altri mezzi se non la propria auto e il 77% non considera l’opzione di rinunciare all’auto di proprietà per alternative più costose come il taxi. Tanto che il 59% non gradirebbe ulteriori limitazioni all’uso della propria auto.

Una cinese? In futuro perché no

Il parco auto si rinnova con una media di 9 anni tra i cambi dei veicoli: gli intervistati guidano auto acquistate mediamente nel 2018, in sostituzione di veicoli del 2009. Inoltre, il 22% considera probabile l’acquisto di un’auto cinese in futuro. Cresce infatti l’interesse per motorizzazioni alternative (38%) e brand cinesi (22%).

Il noleggio a lungo termine risulta invece ancora poco diffuso, sia per il forte attaccamento alla proprietà dell’auto, sia per le perplessità riguardo la convenienza economica, anche se l’interesse (8%) per questa formula cresce lentamente.
Altre tendenze di mercato rivelano che per il 23% delle famiglie italiane l’auto resta una priorità di spesa, e per l’acquisto restano criteri fondamentali la reputazione del brand (82%) e la capillarità dell’assistenza (86%).

Una guida per le strategie degli operatori del settore

L’Osservatorio ‘L’auto che vorrei’ offre una panoramica ricca di insights per guidare le strategie degli operatori del settore automobilistico, proponendosi come una lente d’ingrandimento sugli automobilisti italiani. Lo studio analizza infatti la loro situazione economica e le principali spese previste, l’esperienza con l’auto attuale, la correlazione tra questi dati e le statistiche di mercato (nuovo, noleggio, usato).

Con tre edizioni annuali, ogni numero può includere anche un approfondimento su un tema di attualità. I sottoscrittori ricevono non solo il report completo, ma partecipano anche a una sessione online di condivisione dei risultati, favorendo una fruizione dinamica e ‘cross industry’.

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Instagram introduce il pulsante “Non mi piace” per i commenti

Instagram ha annunciato un’importante novità che potrebbe cambiare radicalmente il modo in cui gli utenti interagiscono con i contenuti della piattaforma. Adam Mosseri, Head of Instagram, ha condiviso la notizia attraverso un post su Threads, rivelando l’introduzione di un nuovo pulsante “Non mi piace” dedicato ai commenti.

Questa funzionalità, riferisce Adnkronos, consentirà agli utenti di segnalare in modo anonimo i commenti che ritengono offensivi, inappropriati o semplicemente non graditi. L’obiettivo principale è quello di offrire un maggiore controllo sull’esperienza social, riducendo la visibilità di interazioni negative e favorendo un ambiente più positivo e rispettoso.

Un meccanismo di segnalazione anonimo

La nuova funzione prevede che gli utenti possano esprimere il proprio disaccordo con un commento senza che il numero complessivo di “Non mi piace” sia visibile pubblicamente. Inoltre, l’identità di chi utilizza questa opzione rimarrà segreta, garantendo un’esperienza sicura e priva di ripercussioni.

Mosseri ha spiegato che i dati raccolti attraverso questa funzionalità potrebbero essere utilizzati per riorganizzare l’ordine dei commenti. In particolare, quelli che ricevono un elevato numero di segnalazioni potrebbero essere spostati più in basso nella sezione commenti, limitandone la visibilità. In questo modo, Instagram punta a dare maggiore rilievo alle conversazioni costruttive, diminuendo l’impatto di commenti offensivi o irrilevanti.

Test in corso su un campione di utenti  

Attualmente, il pulsante “Non mi piace” è in fase di test su un gruppo ristretto di utenti. Mosseri ha chiarito che si tratta di una sperimentazione iniziale e che, a seconda dei risultati ottenuti, la funzione potrebbe essere affinata prima di un eventuale rilascio globale.

“Stiamo conducendo una prova per un nuovo pulsante accanto ai commenti su Instagram. Questa opzione offrirà agli utenti un metodo discreto per esprimere il proprio disagio rispetto a specifici commenti. Al momento, il numero di segnalazioni non sarà visibile e l’identità di chi utilizza il pulsante rimarrà anonima. In futuro, potremmo considerare l’uso di questi feedback per modificare la disposizione dei commenti, relegando quelli meno apprezzati in posizioni meno evidenti. Il nostro obiettivo è quello di creare un ambiente più positivo e accogliente”, ha spiegato Mosseri.

Questa iniziativa si inserisce in un percorso più ampio che Instagram sta portando avanti per rendere la piattaforma un luogo più sicuro e inclusivo, incentivando interazioni rispettose e costruttive tra gli utenti.

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Innovazione digitale: per l’Italia è la leva per un progresso sostenibile

L’innovazione digitale rappresenta una leva fondamentale per il progresso sostenibile del nostro Paese, con benefici a vantaggio di cittadini, imprese e l’intero sistema economico. L’Unione Europea sta promuovendo con forza questa transizione, con l’introduzione di regolamenti e strategie a supporto della digitalizzazione e della sostenibilità. Tuttavia, un’analisi condotta su 92 iniziative europee mostra che solo una minima parte degli attori coinvolti affronta entrambe le tematiche in modo sinergico.

Se da un lato il 90% delle politiche digitali riconosce l’importanza della sostenibilità, il focus si concentra prevalentemente su aspetti sociali e di governance, trascurando quelli ambientali. Parallelamente, solo il 13% delle misure dedicate alla sostenibilità pone il digitale al centro delle proprie strategie.

La risposta delle grandi aziende italiane

Le grandi imprese italiane stanno investendo sempre più sia nella trasformazione digitale sia nella sostenibilità, con l’84% che destina risorse significative a entrambe le aree. Tuttavia, il legame tra queste due dimensioni rimane ancora poco sviluppato: solo un’azienda su tre sfrutta il digitale per raggiungere obiettivi di sostenibilità, mentre solo una su quattro integra la sostenibilità nella propria strategia di digitalizzazione.

Dal punto di vista organizzativo, il 98% delle grandi imprese ha un responsabile IT, mentre l’83% dispone di un referente per la sostenibilità. Tuttavia, solo il 10% ha introdotto una figura che integri entrambi i ruoli, come il Digital Sustainability Officer.

Le difficoltà delle PMI nella doppia transizione

Sono le piccole e medie imprese a mostrare le maggiori difficoltà nell’adottare strategie congiunte di digitalizzazione e sostenibilità. Solo il 31% investe in entrambe le aree, mentre il 35% destina poche risorse o nessuna a questi ambiti. Tra le cause principali emergono la mancanza di risorse economiche e la scarsa consapevolezza sui benefici di un approccio integrato.

Sul piano organizzativo, il 67% delle PMI non dispone di un referente per l’innovazione digitale e il 63% non ha una figura dedicata alla sostenibilità. Questo evidenzia la necessità di una maggiore sensibilizzazione e formazione per rendere accessibili le opportunità offerte dalla transizione digitale.

Il ruolo del digitale nella sostenibilità ambientale e sociale

L’innovazione digitale può contribuire di molto agli obiettivi di sostenibilità, ma il suo impatto deve essere gestito con attenzione. Tecnologie come l’IoT e l’intelligenza artificiale stanno rivoluzionando settori come l’agricoltura di precisione, migliorando l’efficienza e riducendo l’impatto ambientale. Allo stesso tempo, strumenti digitali per il lavoro da remoto possono ridurre le emissioni di CO₂ legate agli spostamenti.

Sul piano sociale, il digitale favorisce nuovi modelli di lavoro più flessibili, migliorando il benessere dei dipendenti. Tuttavia, fenomeni come il tecnostress e l’overworking devono essere gestiti per evitare impatti negativi. Inoltre, le tecnologie digitali offrono maggiore trasparenza e accountability, grazie a sistemi di tracciabilità e gestione dei dati che migliorano la governance aziendale.

Le linee guida per un futuro digitale e sostenibile

Secondo l’Osservatorio Digital & Sustainable del Politecnico di Milano, il futuro delle imprese passa da un’integrazione sempre più forte tra digitale e sostenibilità. Uno studio condotto su 27 casi aziendali ha evidenziato come la tecnologia possa essere un fattore chiave per il miglioramento della competitività e dell’efficienza, anche in settori tradizionali come la manifattura.

Le aziende più avanzate in questo processo considerano la sostenibilità come un driver strategico, indipendente dal ritorno economico immediato. Inoltre, l’integrazione tra digitale e sostenibilità può migliorare le relazioni con gli stakeholder e rendere le imprese più resilienti alle evoluzioni del mercato e della normativa.

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Sport: “attiva” gli italiani e contribuisce all’1,3% del Pil

Il Rapporto Sport 2024, presentato dall’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale, e da Sport e Salute, analizza l’apporto dello Sport al Pil nazionale, la domanda e l’offerta di Sport in Italia, gli investimenti nel settore e l’impatto sociale dello Sport in Italia.

Nel 2022 il settore dello Sport in Italia ha raggiunto una dimensione economica rilevante, pari a 24,7 miliardi di euro, in crescita del +12,6% rispetto all’anno precedente, con un contributo al Pil nazionale che si attesta all’1,38%.
Sempre nel 2022 la crescita del Valore Aggiunto dello Sport rispetto all’anno precedente è stata superiore rispetto a quella registrata dal complesso dell’economia italiana, che è aumentata del +6,8%. 

Una filiera da 412 mila addetti

Lungo la filiera estesa dello Sport aumenta anche del +2,6% il numero degli occupati, che salgono a 412 mila addetti. Ma è in aumento anche il numero degli italiani che praticano attività sportiva. Nel 2023 sono stati 37,1 milioni gli italiani ‘attivi’, pari al 64,8% della popolazione.
Tra questi, 16,2 milioni hanno praticato lo sport in maniera regolare e continuativa, segnando il miglior dato mai registrato, con un incremento negli ultimi 10 anni di 3,6 milioni.

Allo stesso tempo, cala il numero di italiani ‘sedentari’, con una percentuale che nel 2023 è al 35%. Sebbene ancora alto, è un dato tra i migliori da quando esistono le rilevazioni Istat sul fenomeno, e che conferma la tendenza a un’Italia sempre meno sedentaria e più attiva.

Oltre 112mila associazioni e società sportive dilettantistiche

Il sistema sportivo italiano, secondo i dati del RASD, il Registro Nazionale delle Attività Sportive Dilettantistiche, è composto da oltre 112mila associazioni e società sportive dilettantistiche con almeno un tesseramento attivo, di cui 5.700 con attività dedicate a persone con disabilità.

Gli italiani tesserati sono invece 13,2 milioni, di cui 12,6 milioni agonisti o praticanti. Lo Sport si conferma quindi anche un motore di inclusione sociale. 

Moltiplicatore di benefici per territori e comunità

La valutazione di impatto condotta sulle iniziative finanziate da Sport e Salute e dall’Istituto per il Credito Sportivo e Culturale ha restituito un valore medio dell’indice SRoI (Social Return on Investment) superiore a 4,5x, a conferma della capacità dello Sport di agire da potente moltiplicatore di benefici per i territori e le comunità.

Ogni euro investito in progetti sportivi, riporta Adnkronos, è in grado di generare mediamente oltre 4 euro di ritorno sociale, migliorando le ‘prestazioni’ delle comunità su alcuni indicatori chiave, quali salute, occupazione, istruzione, e lotta alla criminalità.
Lo studio è stato presentato alla presenza del vice premier e ministro degli esteri Antonio Tajani e del Ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi.

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Il packaging sostenibile guida le scelte di acquisto nel Largo Consumo

La riduzione degli sprechi, e la preferenza per prodotti locali, con packaging sostenibili o sfusi, oggi sono scelte praticate dai consumatori con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale. Tanto che, secondo le insegne, salutismo, risparmio e sostenibilità sono i 3 driver di acquisto che si rafforzeranno maggiormente nel 2025. Lo conferma l’edizione 2025 dell’Osservatorio Packaging del Largo Consumo di Nomisma: per gli italiani il cibo rappresenta un caleidoscopio di valori. Non solo nutrimento e convivialità, ma anche prevenzione, benessere e occasione per attuare scelte sostenibili.

Quanto ai retailer, considerano importante offrire prodotti MDD con caratteristiche healthy e green come risposta ai bisogni dei consumatori e come scelta affine ai valori dell’insegna. Questo, nella consapevolezza di una sempre più diffusa ricerca di risparmio e convenienza.

La confezione incide sulla percezione dei consumatori

Per gli italiani, un prodotto alimentare è salutare quando poco processato (46%), senza additivi/coloranti (34%), senza zuccheri aggiunti (34%), con pochi o senza grassi (32%). Rilevanti anche gli aspetti di origine delle materie prima e della filiera.

Per essere riconosciuto come sostenibile un prodotto alimentare deve invece avere un packaging sostenibile (46%), essere locale o a km0 (43%) e realizzato con ridotte emissioni di CO2 (42%).
Il packaging rappresenta dunque un elemento sentinella, l’aspetto che più di altri incide sulla percezione del consumatore di avere a che fare con un prodotto alimentare sostenibile.

Meglio se da fonti rinnovabili, completamente riciclabile e senza overpackaging

Per più di 1 italiano su 5 la presenza di una confezione da fonti rinnovabili (23%), completamente riciclabile (23%) o senza overpackaging (21%) rappresenta uno dei principali driver di scelta dei prodotti alimentari, insieme a caratteristiche attinenti a risparmio e giusto prezzo, presenza ridotta di alcuni ingredienti (senza zuccheri aggiunti 36% o pochi grassi 25%) o metodi di produzione e origine delle materie prime (Made in Italy 32%, locale 30% o non eccessivamente processato 24%).

In definitiva, un packaging sostenibile riveste un ruolo importante nel definire i nuovi modelli di acquisto food, al punto che non di rado, a parità di altre caratteristiche, i consumatori preferiscono acquistare prodotti con green pack rispetto agli equivalenti con confezioni senza caratteristiche di sostenibilità.

Ma se il pack green costa di più…

Per il 73% dei consumatori è importante o fondamentale un packaging a elevato profilo di sostenibilità quando acquista prodotti salutari. Percentuale che sale al 76% quando si tratta di cibo sostenibile.
Per i retailer l’offerta di prodotti MDD con packaging sostenibili risulta fondamentale per un corretto posizionamento dell’insegna sui temi della sostenibilità.

La strada verso gli obiettivi prefissati risulta però complessa, principalmente per gli elevanti costi la reperibilità delle materie prime. Temi rilevanti anche per i consumatori.
Sebbene, infatti, i consumatori pongano forte attenzione al packaging dei prodotti alimentari che mettono nel carrello, l’Osservatorio rileva resistenza ad accettare un surplus di spesa per un pack sostenibile.

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Viaggi oltremanica: a Londra inizia l’epoca degli ingressi con permesso

Novità per chi viaggia Oltremanica: il Governo britannico sta gradualmente introducendo l’Electronic Travel Authorisation (ETA).
L’ETA non è un visto, ma un’autorizzazione (elettronica) a viaggiare verso la Gran Bretagna, riservata agli stranieri esentati dall’obbligo di visto.

Per i cittadini extra-UE l’obbligo è a partire dall’8 gennaio 2025, con apertura della possibilità di fare domanda dal 27 novembre 2024. In, sostanza dall’8 gennaio a cittadini americani, israeliani o giapponesi è richiesta l’ETA.
Quanto ai cittadini dei Paesi UE, Italia inclusa, potranno richiedere un’ETA a partire dal 5 marzo 2025, e potranno viaggiare nel Regno Unito con tale autorizzazione dal 2 aprile 2025.

La domanda per un’ETA si fa con l’app

Per richiedere l’ETA serve il passaporto con cui si viaggia (non una fotocopia o un passaporto digitale), un indirizzo email, una carta di credito o una carta di debito o Apple Pay o Google Pay.
Il modo più veloce per presentare domanda è tramite l’app gratuita UK ETA, scaricabile da Apple Store o Google Play.

Segno dei tempi, l’app oggi risulta al quarto posto nel rank ‘Top Free Apps’ di iPhone, pur non potendo vantare una valutazione ottimale da parte degli utenti.
Esiste comunque anche una guida all’uso dell’app. Si tratta di una pagina internet sul sito del governo britannico, all’indirizzo gov.uk/guidance/using-the-uk-eta-app.

Quanto costa e a cosa serve?

L’ETA è utile per una visita della durata fino a 6 mesi e costa 10 sterline. La possibilità di presentare domanda dipende dalla data del viaggio e dalla nazionalità sul passaporto, riporta Askanews.

Secondo il sito ‘Welcome to GOV.UK’ (www.gov.uk) l’ETA non va bene per svolgere un lavoro retribuito, o non retribuito, per un’azienda del Regno Unito o per lavoratori autonomi, salvo eccezioni (Creative Worker visa concession). Ma anche per vivere nel Regno Unito con visite frequenti o successive, oppure per sposarsi o registrare un’unione civile. Anche per dare comunicazione di matrimonio o unione civile sarà necessario richiedere un visto ad hoc (Marriage Visitor visa).

Chi non ne ha bisogno?

Inoltre, non ha bisogno di un’ETA chi ha un visto o il permesso di vivere, lavorare o studiare nel Regno Unito, incluso chi possiede lo status di residente permanente o provvisorio o il diritto di residenza; chi è un cittadino britannico o irlandese, chi sta viaggiando con un passaporto di cittadino dei territori britannici d’oltremare, e chi vive in Irlanda e viaggia da Irlanda, Guernsey, Jersey o dall’Isola di Man.